Kiev valuta le elezioni in guerra, tra legge marziale e pressioni Usa

Il nodo del voto in Ucraina mentre Mosca e Washington spingono

kiev valuta le elezioni in guerra tra legge marziale e pressioni usa

Quasi quattro anni dopo l’invasione russa, Kiev riflette sull’ipotesi di presidenziali anticipate. Ma la legge marziale vieta le consultazioni e i combattimenti rendono il voto un’impresa. Intanto la Camera italiana approva gli aiuti.

La legge marziale come primo ostacolo. Da quando la Russia ha lanciato l’offensiva su larga scala contro l’Ucraina nel febbraio 2022, la legge marziale è diventata il perno dell’ordinamento interno. E proprio la legge marziale vieta lo svolgimento di elezioni e referendum. È il primo, enorme scoglio sulla strada di eventuali presidenziali anticipate.

Secondo il Financial Times, che cita fonti anonime, Kiev starebbe valutando la possibilità di indire il voto entro tre mesi, nell’ambito di un possibile schema di accordo sostenuto dagli Stati Uniti. Il presidente Volodymyr Zelensky ha più volte ribadito che le urne potranno essere aperte solo dopo la firma di un’intesa di pace, ma negli ultimi mesi ha lasciato intendere di non voler offrire argomenti a chi ne mette in discussione la legittimità.

«Non voglio che l’Ucraina si trovi in una posizione di debolezza», ha dichiarato a dicembre, precisando tuttavia che né referendum né elezioni possono essere tenuti sotto la legge marziale. Un gruppo di lavoro istituito lo scorso anno sta studiando gli scenari possibili dopo la sua revoca.

Seggi sotto attacco

Anche superato l’ostacolo normativo, resterebbe quello pratico. I combattimenti proseguono lungo centinaia di chilometri di fronte. Le città vicine alla linea del fronte sono bersaglio quotidiano di bombardamenti. Milioni di cittadini hanno lasciato il Paese, altri vivono sotto occupazione russa. Organizzare seggi sicuri e garantire il diritto di voto ai soldati impegnati al fronte appare una sfida logistica senza precedenti.

Il Kyiv International Institute of Sociology ha rilevato a fine 2025 che solo una minoranza degli ucraini è favorevole a votare prima di un cessate il fuoco. Un dato che fotografa un consenso diffuso sull’idea che la priorità resti la sicurezza.

Le pressioni di Mosca e Washington

Il Cremlino sostiene che Zelensky sia oggi un presidente “illegittimo” poiché il mandato quinquennale è scaduto nel 2024 senza nuove elezioni. Mosca afferma di essere pronta a interrompere i combattimenti se Kiev accettasse di votare, includendo però anche i territori occupati e i cittadini ucraini residenti in Russia, una condizione che Kiev considera inaccettabile.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste perché le elezioni rientrino nel pacchetto negoziale che Washington tenta di costruire. A dicembre ha accusato Kiev di usare la guerra come pretesto per rinviare il voto, aumentando la pressione politica sull’alleato.

Zelensky e gli sfidanti

Sul piano interno, Zelensky resta la figura centrale. I sondaggi lo danno ancora competitivo, ma il consenso si è assottigliato rispetto ai primi mesi dell’invasione. Un rilevamento della Kiis lo colloca in testa o testa a testa con l’ex comandante delle Forze armate Valery Zaluzhny, oggi ambasciatore a Londra, che potrebbe metterlo in difficoltà in un eventuale secondo turno. Il presidente è stato accusato dagli oppositori di aver concentrato troppo potere durante la guerra e di aver marginalizzato figure chiave. Accuse respinte dal suo entourage, che parla di scelte necessarie in tempo di conflitto.

Il fronte italiano

Mentre a Kiev si discute di urne e legittimità, a Roma la Camera dei Deputati ha approvato la fiducia sul decreto che rinnova il sostegno militare e finanziario all’Ucraina con 207 voti favorevoli, 119 contrari e 4 astenuti. Il provvedimento proseguirà con l’esame degli ordini del giorno e il voto finale. Il dibattito in Aula è stato acceso, con la maggioranza a difendere la linea atlantica e parte dell’opposizione a chiedere più spazio per la diplomazia. All’interno del centrodestra non sono mancate tensioni politiche, ma l’esito numerico ha confermato la solidità dell’esecutivo su uno dei dossier più sensibili della legislatura.