I piani di emergenza. Secondo quanto riportato dal The New York Times, l’ayatollah Ali Khamenei ha definito una catena di comando alternativa e più livelli di successione per le principali cariche militari e politiche, nel timore di attacchi mirati da parte di Stati Uniti o Israele. Le istruzioni prevedono la delega dei poteri decisionali a una ristretta cerchia di fedelissimi nel caso di interruzione delle comunicazioni o di un assassinio. Tra le figure centrali emergerebbe Ali Larijani, promosso a un ruolo chiave nella gestione degli affari di Stato. Pur non essendo considerato un possibile successore religioso, Larijani viene indicato come uomo di fiducia nelle fasi di crisi e avrebbe supervisionato repressione interna, dossier nucleare e coordinamento con alleati regionali.
La sorpresa di Trump
Sul fronte americano, il presidente Donald Trump avrebbe espresso sorpresa per la mancata resa di Teheran alle pressioni statunitensi. In un’intervista a Fox News, l’inviato speciale Steve Witkoff ha riferito che Trump si sarebbe detto “curioso” del fatto che l’Iran non abbia capitolato nonostante la presenza di forze navali statunitensi nella regione. Washington chiede una dichiarazione formale di rinuncia all’arma nucleare e passi concreti a sostegno di tale impegno, ma dopo due round di colloqui a Ginevra le trattative risultano in stallo su arricchimento dell’uranio, programma missilistico e sanzioni. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha parlato di convergenza sui “principi guida”, mentre la Casa Bianca segnala ancora significative lacune.
Divisioni a Washington e tensione interna
All’interno dell’amministrazione americana si registrano posizioni divergenti. Il senatore Lindsey Graham ha riferito che esistono voci contrarie a un’azione militare contro Teheran, ma ha invitato il presidente a non seguirle, mentre altri esponenti dell’entourage presidenziale mettono in guardia dai rischi di un cambio di regime forzato. Intanto in Iran proseguono le proteste studentesche, con raduni segnalati in diversi atenei della capitale e di Mashhad e con nuove tensioni legate alle commemorazioni delle vittime della repressione. In un contesto di pressioni esterne e fragilità interne, il regime mostra segnali di resilienza, elemento che oggi rappresenta uno dei principali nodi politici osservati da Washington e dalle capitali occidentali.
