Iran, il figlio di Khamenei al potere mentre la guerra incendia il Golfo

Vince l'ala dura dei pasdaran: missili e droni colpiscono raffinerie, basi Usa e reti idriche

iran il figlio di khamenei al potere mentre la guerra incendia il golfo

La successione di Mojtaba Khamenei segna la vittoria dei falchi a Teheran mentre il conflitto con Israele e Stati Uniti si allarga al Golfo. Sale il prezzo del petrolio e cresce il rischio di escalation regionale

L’ascesa di Mojtaba Khamenei rappresenta la scelta più radicale possibile per il futuro della Repubblica islamica. La successione al padre Ali Khamenei, nel pieno della guerra con Israele e Stati Uniti, viene interpretata come una dichiarazione di resistenza totale del regime iraniano.

All’interno dell’establishment della teocrazia sciita hanno prevalso i falchi. La decisione di puntare sul figlio della Guida Suprema non è soltanto un passaggio dinastico ma il segnale che il potere iraniano ritiene di poter attraversare la tempesta militare in corso senza crollare.

Figura rimasta nell’ombra per anni, Mojtaba Khamenei emerse sulla scena pubblica nel 2009, quando un candidato alle presidenziali lo accusò apertamente di aver orchestrato brogli elettorali. Da allora il suo nome è stato associato alla repressione delle proteste interne e alla gestione dell’immenso apparato economico che ruota attorno all’ufficio della Guida Suprema.

Una struttura parallela allo Stato, capace di controllare nomine, incarichi e flussi finanziari. Secondo diverse ricostruzioni, proprio quell’ufficio avrebbe accumulato enormi ricchezze negli anni delle sanzioni internazionali, sfruttando contrabbando, monopoli e reti di potere interne al regime.

Il conflitto che si allarga nel Golfo

Mentre a Teheran si consolidano gli equilibri interni, il cielo sopra la capitale iraniana si riempie di fumo nero. Bruciano diverse raffinerie e soprattutto il grande deposito petrolifero di Shahran, che rifornisce milioni di cittadini.

Il conflitto sta assumendo dimensioni sempre più regionali. Droni e missili iraniani hanno colpito sistemi radar e infrastrutture militari in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Nel mirino sono finite anche installazioni legate alla presenza americana nella regione, come la base di Al-Udeid e i sistemi di sorveglianza militare.

Secondo diverse fonti militari vengono lanciati fino a cento droni al giorno, anche se l’intensità degli attacchi contro Israele sembra diminuire rispetto alle prime fasi della guerra. L’escalation, invece, cresce nel Golfo, dove gli attacchi contro infrastrutture strategiche si moltiplicano.

Le conseguenze sono immediate anche sui mercati internazionali. Il prezzo del petrolio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022, mentre le borse asiatiche hanno registrato forti perdite nelle prime ore di contrattazione.


4

Il nuovo fronte dell’acqua

Oltre agli impianti petroliferi, il conflitto sta prendendo di mira anche una risorsa ancora più sensibile: l’acqua.

Nel Golfo la maggior parte dell’acqua potabile proviene da impianti di desalinizzazione. Circa il 90% dei cittadini del Kuwait, l’86% degli abitanti dell’Oman e il 70% dei sauditi dipendono da queste strutture. Anche in Israele una larga parte dell’acqua domestica deriva dal trattamento dell’acqua marina.

Negli ultimi giorni diversi attacchi hanno colpito reti idriche e impianti di desalinizzazione. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, accusa gli americani di aver bombardato un impianto sull’isola di Qeshm, che fornisce acqua a decine di villaggi. Il governo del Bahrein, invece, attribuisce all’Iran attacchi contro pozzi e infrastrutture civili.

Nessuna delle parti riconosce apertamente la responsabilità delle operazioni. Una dinamica che ricorda sempre di più la guerra in Ucraina, dove la distruzione delle infrastrutture civili è diventata parte integrante della strategia militare.

Israele, Stati Uniti e il rischio di una guerra lunga

La strategia di Benjamin Netanyahu punta da anni a colpire il potenziale militare e nucleare dell’Iran. Ogni base distrutta, ogni comandante eliminato rappresenta per il governo israeliano un passo avanti nella neutralizzazione della minaccia.

Sul piano militare la Repubblica islamica sembra subire più danni materiali. Ma in una guerra di logoramento, osservano diversi analisti, per Teheran potrebbe bastare restare in piedi.

Se il regime riuscirà a evitare rivolte interne o fratture etniche, il potere della nomenclatura religiosa potrebbe sopravvivere anche a una devastazione economica del Paese.

Nel frattempo il conflitto continua a produrre vittime. I dati ufficiali parlano di circa 1.400 morti in Iran, 400 in Libano e diverse decine tra Israele, basi americane e Paesi del Golfo. Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a lasciare le loro case, soprattutto a Teheran e nelle aree meridionali del Libano.

Le ripercussioni politiche in Italia

La crisi mediorientale si riflette anche nel dibattito politico italiano. La premier Giorgia Meloni ha parlato di un quadro internazionale «di grande caos», sottolineando come il sistema delle regole internazionali sia entrato in crisi già con l’invasione russa dell’Ucraina.

Nel frattempo il governo valuta possibili misure per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia sui carburanti. L’escalation nel Golfo, infatti, minaccia una nuova impennata dei costi energetici in Europa.

Mentre la guerra entra nella seconda settimana, resta incerto se Stati Uniti, Israele e i loro alleati stiano realmente avvicinandosi agli obiettivi militari dichiarati. Nel Medio Oriente, intanto, la sensazione diffusa è che il conflitto sia appena entrato nella sua fase più pericolosa.