Lo Stretto di Hormuz riapre, ma a caro prezzo. L’Iran ha comunicato che le navi considerate “non ostili” possono tornare a transitare, pagando però un pedaggio che arriva fino a 2 milioni di dollari. Una decisione che ha già rimesso in movimento alcune petroliere, ma che rafforza al tempo stesso le casse del regime degli ayatollah. La mossa arriva mentre il conflitto in Medio Oriente resta acceso e mentre gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, tentano una difficile mediazione diplomatica.
Il piano americano e il nodo nucleare
Washington ha inviato a Teheran un piano in 15 punti, veicolato attraverso il Pakistan. Al centro della proposta c’è lo smantellamento completo del programma nucleare militare iraniano e la fine del sostegno a gruppi armati come Hezbollah. In cambio, gli Stati Uniti offrirebbero la rimozione delle sanzioni e il supporto allo sviluppo di un programma nucleare civile. Tra le richieste figura anche la piena apertura dello stretto senza condizioni, punto che al momento l’Iran ha aggirato imponendo il pedaggio. «Stiamo parlando con le persone giuste», ha dichiarato Trump, lasciando intendere che un accordo potrebbe essere possibile, pur senza fidarsi pienamente della controparte.
La guerra continua sul campo
Nonostante i tentativi diplomatici, le operazioni militari proseguono senza tregua. Israele continua i raid contro obiettivi iraniani, colpendo anche siti strategici come quelli di Isfahan e Bushehr. Dall’altra parte, i Pasdaran e Hezbollah rispondono con lanci di missili e droni, alcuni dei quali hanno raggiunto aree urbane israeliane. Gli attacchi si estendono anche ad altri Paesi della regione, tra cui Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait. Il costo della guerra cresce rapidamente, con il carburante militare che ha raggiunto i 200 dollari al barile, incidendo sulle operazioni aeree.
Equilibri instabili e rischio escalation
Nel frattempo, il Pentagono prepara il possibile dispiegamento di migliaia di soldati verso l’area, mentre i Paesi del Golfo valutano un coinvolgimento diretto. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu mantiene una linea dura, mentre esponenti del governo chiedono un’ulteriore espansione delle operazioni. All’interno dell’Iran, il potere sembra consolidarsi nelle mani delle componenti più radicali dei Pasdaran, con nuove nomine ai vertici della sicurezza nazionale. Il quadro resta estremamente fluido: tra spiragli diplomatici e intensificazione militare, il rischio di un’escalation su larga scala resta concreto.
