L’allarme di Amnesty International arriva a sei mesi dalle proteste di gennaio in Iran e punta direttamente sulla responsabilità della comunità internazionale. Secondo l’organizzazione, la mancata ricerca di giustizia per le uccisioni di massa dell’8 e 9 gennaio rischia di alimentare una nuova stagione di crimini contro manifestanti, dissidenti e familiari delle vittime. La denuncia è stata affidata a Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e il Nord Africa dell’ong, che ha definito indifendibile l’assenza di iniziative concrete.
La strage nel blackout
Le proteste erano iniziate il 28 dicembre 2025, dopo il crollo della valuta, l’inflazione e il peggioramento delle condizioni di vita, per poi trasformarsi in una mobilitazione contro il sistema della Repubblica islamica. Nel momento più duro della repressione, le autorità iraniane hanno imposto un blackout di Internet che, secondo Amnesty, ha ostacolato la raccolta di prove e la verifica indipendente del numero delle vittime.
La stessa organizzazione ricorda due stime diventate centrali nel confronto internazionale: il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha indicato 3.117 morti, mentre la relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’Iran, Mai Sato, ha parlato di oltre 5.000 persone uccise dalle forze di sicurezza. In un’intervista successiva, Sato ha sottolineato che il blackout ha nascosto la reale dimensione della repressione e che le stime circolate tra osservatori e fonti sanitarie erano fortemente divergenti.
La stretta dopo le piazze
Dopo le uccisioni, secondo Amnesty International, la repressione non si è fermata. Il Paese sarebbe stato attraversato da arresti arbitrari di massa, sparizioni forzate, divieti di raduno, intimidazioni contro i familiari delle vittime ed esecuzioni di manifestanti e dissidenti. In una precedente nota del 23 gennaio, l’ong aveva già denunciato pattugliamenti armati, coprifuoco notturni, torture e violenze sui detenuti, descrivendo un ambiente militarizzato costruito per impedire nuove mobilitazioni.
Il nodo delle esecuzioni
Il quadro si è aggravato dopo gli attacchi israelo-statunitensi del 28 febbraio 2026, definiti illegali da Amnesty, con una repressione giustificata dalle autorità iraniane attraverso le “condizioni di guerra”. L’organizzazione sostiene che almeno 44 persone siano state messe a morte per ragioni politiche e che molte altre restino a rischio. Già ad aprile, Amnesty aveva denunciato il pericolo imminente per diversi manifestanti e dissidenti detenuti, dopo esecuzioni avvenute in segreto.
La richiesta all’Onu
La richiesta politica è netta: gli Stati membri delle Nazioni Unite devono sostenere la creazione di un meccanismo giudiziario internazionale indipendente sull’Iran e sollecitare il Consiglio di sicurezza a deferire la situazione alla Corte penale internazionale. Per Amnesty International, non può esserci un accordo diplomatico duraturo tra Stati Uniti e Iran che cancelli la questione della giustizia, delle riparazioni e della responsabilità per le vittime.
