La guerra riparte dall’attacco a sorpresa. La breve pausa nei combattimenti è già finita. L’Iran ha lanciato diversi missili balistici contro installazioni militari statunitensi in Giordania, aprendo una nuova fase dell’escalation con gli Stati Uniti. Il Centcom ha definito l’operazione un «attacco a sorpresa» e ha assicurato che tutti i vettori diretti contro le forze americane sono stati intercettati.
L’esercito giordano ha riferito di avere neutralizzato cinque missili provenienti dal territorio iraniano e diretti verso il regno. Al momento non risultano vittime o danni causati dal bombardamento. I Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato il lancio, sostenendo di avere preso di mira basi utilizzate dalle truppe americane.
L’attacco segna la brusca interruzione della fase di relativa calma seguita alla sospensione dei bombardamenti americani. La Giordania, alleata di Washington, è diventata uno dei principali bersagli iraniani nella regione: tre dei quattro militari statunitensi uccisi nel mese di luglio sono morti sul territorio del regno.
Washington e Riad colpiscono insieme in Iraq
Poche ore dopo il lancio iraniano, caccia degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita hanno bombardato depositi di armi e siti logistici appartenenti a gruppi filo-iraniani nell’Iraq orientale. Il comando americano ha presentato l’operazione come una risposta a oltre trenta attacchi con droni organizzati negli ultimi tre giorni contro le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche saudite.
Secondo le Forze di Mobilitazione Popolare, la coalizione di formazioni paramilitari ormai integrata nelle strutture di sicurezza irachene, almeno venti combattenti sono rimasti uccisi e altri trentadue feriti. I raid avrebbero raggiunto basi distribuite in sette province, con uno dei bilanci più pesanti registrato nell’area di Ninive. Le cifre provengono dagli stessi gruppi colpiti e restano preliminari.
È la prima volta dall’inizio della guerra che Riad ammette pubblicamente di avere partecipato a bombardamenti con gli Stati Uniti. Il governo saudita sostiene di non cercare un allargamento del conflitto, ma ha promesso di reagire a ogni attacco contro il proprio territorio e contro gli impianti petroliferi del regno.
La scelta rischia tuttavia di aprire un nuovo fronte. L’Arabia Saudita, potenza sunnita, entra direttamente nelle operazioni contro formazioni sciite legate a Teheran, mentre il governo di Baghdad tenta di conservare i rapporti sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti. Le autorità irachene hanno convocato una riunione di emergenza dopo gli attacchi.
Petroliere e impianti energetici sotto minaccia
Il conflitto continua a muoversi lungo le grandi rotte dell’energia. L’Arabia Saudita ha denunciato nuovi tentativi di colpire con droni le strutture petrolifere nella parte orientale del Paese. Gli ordigni sarebbero stati abbattuti senza provocare danni, mentre le milizie irachene accusate da Riad hanno negato ogni responsabilità.
Contemporaneamente, i ribelli Houthi dello Yemen, alleati dell’Iran, hanno rivendicato un attacco contro la petroliera saudita NCC Ghazal nel Mar Rosso, affermando di averla costretta a invertire la rotta. Le autorità marittime britanniche hanno confermato che un equipaggio ha udito esplosioni nella zona, precisando che nave e personale sono rimasti in sicurezza.
Teheran ha inoltre dichiarato di avere colpito tre petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz lungo una rotta non autorizzata. La rivendicazione non ha ancora ricevuto conferme indipendenti, ma contribuisce ad aumentare la pressione su un passaggio dal quale, in condizioni normali, transita circa un quinto del petrolio commercializzato nel mondo.
Il petrolio torna a correre
La reazione dei mercati è stata immediata. Il Brent è salito del 3,6 per cento, raggiungendo 87,13 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha guadagnato il 3,5 per cento, portandosi a 82,06 dollari. I rialzi hanno interrotto tre sedute consecutive di calo.
A spingere le quotazioni non è soltanto il ritorno dei bombardamenti, ma soprattutto l’incertezza sulle esportazioni dal Golfo. Il traffico delle petroliere attraverso Hormuz rimane fortemente ridotto e l’Iran continua a rivendicare il controllo delle rotte di navigazione. Secondo gli analisti, nelle prossime settimane il Brent potrebbe oscillare tra 80 e 100 dollari, seguendo l’andamento militare e diplomatico della crisi.
Il timore è che il conflitto possa stringere contemporaneamente due passaggi decisivi: Hormuz, tra il Golfo Persico e il Mare Arabico, e Bab el-Mandeb, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Un’interruzione prolungata avrebbe conseguenze immediate sui costi dei trasporti, sui carburanti e sull’inflazione internazionale.
Il negoziato su Hormuz è di nuovo fermo
La ripresa dei combattimenti coincide con un nuovo fallimento diplomatico. L’Iran ha respinto la proposta dell’Oman per una gestione regionale congiunta dello Stretto di Hormuz. Teheran pretende il controllo esclusivo della rotta in entrata e una partecipazione alla gestione di quella in uscita, mentre Washington invita le navi a transitare più vicino alle coste omanite.
L’intesa sullo stretto rappresenta ormai il nodo centrale della guerra. Dopo mesi di attacchi, blocchi e minacce alle navi commerciali, nessuna delle parti sembra disposta a rinunciare al controllo della principale arteria energetica della regione.
La nuova offensiva mostra quanto sia fragile ogni tentativo di tregua. L’Iran conserva la capacità di colpire le basi americane e di condizionare il traffico marittimo. Gli Stati Uniti rispondono estendendo le operazioni ai gruppi alleati di Teheran, mentre l’Arabia Saudita entra apertamente nel confronto militare. Il rischio non è più soltanto una guerra tra Washington e Teheran, ma un conflitto regionale capace di coinvolgere direttamente Iraq, Giordania, Yemen e monarchie del Golfo.
