Trump e il Kennedy Center, nel dossier spunta l'ipotesi demolizione

Il Dipartimento di Giustizia: senza i lavori l'edificio potrebbe essere abbattuto e sostituito

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Nuovo capitolo dello scontro sul Kennedy Center. I legali dell'amministrazione Trump evocano perfino la demolizione se saltasse la ristrutturazione. Sullo sfondo resta la battaglia per incidere il nome del presidente sulla facciata

Dopo la demolizione della East Wing della Casa Bianca, le ruspe entrano anche nel braccio di ferro sul Kennedy Center. Per ora soltanto nelle carte giudiziarie, ma con parole abbastanza nette da trasformare una controversia sulla ristrutturazione e sul nome di Donald Trump in una nuova battaglia sul patrimonio monumentale di Washington.

In un documento depositato in tribunale, gli avvocati del Dipartimento di Giustizia sostengono che il grande centro per le arti affacciato sul Potomac rischierebbe un progressivo deterioramento fino a diventare insicuro e, in ultima analisi, a dover essere demolito se non potessero andare avanti gli interventi di recupero sostenuti dall'amministrazione.

Non è, dunque, un ordine di demolizione già impartito da Trump, né un progetto formalmente approvato per abbattere il complesso. È uno scenario evocato dai legali del governo nel pieno della causa che oppone l'attuale dirigenza del Kennedy Center alla deputata democratica Joyce Beatty. Ma il precedente della Casa Bianca rende inevitabilmente più pesante quella prospettiva.

L'ipotesi di un anfiteatro sul Potomac

Il linguaggio utilizzato dal governo è drastico. Nelle carte il Kennedy Center viene descritto come una struttura in grave difficoltà fisica e finanziaria, bisognosa di interventi profondi. Senza la riqualificazione, sostengono gli avvocati, l'edificio continuerebbe a deteriorarsi fino al punto in cui sarebbe necessario decidere che cosa costruire al suo posto.

Tra le possibilità compare anche un grande anfiteatro all'aperto rivolto verso il Potomac, un'idea che, secondo il Dipartimento di Giustizia, sarebbe più semplice da realizzare e mantenere, anche se non avrebbe lo stesso valore simbolico del complesso dedicato a John Fitzgerald Kennedy.

È questo il passaggio che ha fatto scattare l'allarme. Il Kennedy Center non è semplicemente un teatro. È uno dei principali poli culturali degli Stati Uniti, sede della National Symphony Orchestra e di una vasta programmazione di musica, danza, teatro e spettacolo, oltre a essere stato istituito dal Congresso come memoriale nazionale del presidente assassinato nel 1963.

La battaglia sul nome di Trump

Dietro lo scontro sui lavori c'è una seconda questione, ancora più politica: il tentativo di legare in modo permanente il nome di Donald Trump all'edificio.

Il consiglio di amministrazione del centro, oggi dominato da esponenti nominati dal presidente e presieduto dallo stesso Trump, ha votato il 13 agosto per aggiungere sulla facciata la scritta “Restored and Renovated by President Donald J. Trump”. La proposta prevede inoltre di intitolare l'area esterna President Donald J. Trump Plaza.

È una nuova formula escogitata dopo la sconfitta giudiziaria della primavera. A maggio il giudice federale Christopher Cooper aveva stabilito che il centro deve mantenere il nome assegnato dal Congresso in memoria di Kennedy e che soltanto il Congresso può modificarlo. Il nome di Trump, già collocato sulla facciata, era stato quindi rimosso a giugno.

La nuova strategia dell'amministrazione sostiene che la frase dedicata a Trump non cambierebbe formalmente il nome dell'istituzione, ma si limiterebbe a riconoscere il suo ruolo nella ristrutturazione. Joyce Beatty, componente del consiglio in quanto parlamentare, considera invece l'operazione un tentativo di aggirare la precedente sentenza e ha chiesto nuovamente l'intervento del tribunale.

I 250 milioni e la chiusura per due anni

Il piano di riqualificazione supera i 250 milioni di dollari e comprende interventi sulle sale da concerto, sugli impianti, sugli ascensori, sugli spazi destinati al pubblico e sulla grande facciata in marmo. Il consiglio ha anche approvato nuovamente la chiusura della parte principale del Kennedy Center per circa due anni durante i lavori.

Anche questo passaggio è finito nel contenzioso. Il giudice Cooper aveva già bloccato temporaneamente una precedente decisione di chiudere completamente il centro, giudicando insufficiente il processo con cui era stata presa. La nuova deliberazione del consiglio prova ora a rilanciare il progetto su basi differenti.

Il Dipartimento di Giustizia collega direttamente il futuro dei lavori anche alla capacità di raccogliere finanziamenti privati. Secondo il governo, impedire di riconoscere pubblicamente il ruolo di Trump potrebbe allontanare i donatori, prosciugare i contributi e compromettere la ristrutturazione.

È un argomento contestato dagli avversari dell'amministrazione. In una precedente fase della causa, una corte d'appello aveva rilevato che le affermazioni sul possibile venir meno delle donazioni non erano accompagnate da elementi sufficientemente specifici.

L'effetto East Wing

A rendere politicamente esplosivo il riferimento alla demolizione è soprattutto ciò che è già accaduto poche centinaia di metri più in là. Nel 2025 l'amministrazione ha fatto demolire la East Wing della Casa Bianca per lasciare spazio al gigantesco progetto della nuova ballroom voluta da Trump.

Quell'intervento ha provocato proteste da parte delle organizzazioni per la tutela del patrimonio storico ed è finito a sua volta davanti ai giudici. Il progetto, il cui costo è salito fino a circa 400 milioni di dollari, continua a essere al centro di una battaglia sulla portata dei poteri presidenziali nel modificare uno degli edifici simbolo degli Stati Uniti.

Il 21 agosto la Corte Suprema ha consentito temporaneamente all'amministrazione di proseguire alcuni lavori mentre valuta il ricorso contro il blocco imposto dai tribunali inferiori.

Il parallelo con il Kennedy Center è quindi inevitabile. In entrambi i casi si intrecciano architettura, potere presidenziale, conservazione del patrimonio e una concezione molto personale della trasformazione della capitale federale.

Una sfida sulla memoria di Washington

Il destino del Kennedy Center resta comunque affidato, almeno per ora, alle aule giudiziarie. Christopher Cooper ha fissato per giovedì una nuova udienza sulla richiesta di Beatty di impedire che il nome di Trump torni sulla facciata attraverso la formula approvata dal consiglio.

La questione giuridica è apparentemente semplice ma politicamente enorme: fino a dove può spingersi un'amministrazione nel modificare un'istituzione che il Congresso ha creato come memoriale esclusivo di John F. Kennedy?

Sul fondo c'è una battaglia ancora più ampia sull'immagine di Washington. Trump ha mostrato durante il secondo mandato una volontà esplicita di lasciare un'impronta fisica sulla capitale, dalla nuova ballroom della Casa Bianca ai progetti per altri grandi interventi monumentali.

Per questo la frase sulla possibile demolizione del Kennedy Center pesa molto più di un'ipotesi tecnica inserita in un fascicolo processuale. Nessuna ruspa è stata ancora ordinata. Ma dopo la East Wing, a Washington pochi sembrano disposti a considerare impossibile ciò che fino a poco tempo fa sarebbe apparso impensabile.