Iran, gli Emirati smentiscono l’attacco alla base di Al Minhad

Abu Dhabi intercetta un drone. Nuovo scontro Usa-Iran nello Stretto di Hormuz

iran gli emirati smentiscono l attacco alla base di al minhad

Teheran rivendica un attacco alla base emiratina che ospita forze Usa, ma Abu Dhabi smentisce. Intanto Washington colpisce a Larak e gli Emirati chiedono di fermare l’escalation e riaprire Hormuz

Gli Emirati Arabi Uniti smentiscono l’Iran e provano contemporaneamente a tenere aperta la porta della diplomazia. Nella mattinata del 31 agosto il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha definito false le notizie secondo cui la base aerea di Al Minhad, a sud di Dubai, sarebbe stata colpita da missili o droni iraniani. Poche ore prima la televisione di Stato di Teheran, citando l’esercito, aveva annunciato un’operazione contro le aree della base nelle quali sarebbero presenti personale ed elicotteri statunitensi.

La smentita emiratina è netta. Il ministero ha assicurato che le forze armate restano in stato di elevata prontezza per rispondere a eventuali minacce e proteggere sovranità, sicurezza e stabilità del Paese. Ma nella stessa notte un episodio reale ha confermato quanto la tensione sia alta: l’Aeronautica degli Emirati ha intercettato un drone individuato sulle acque territoriali mentre si avvicinava dall’Iran. Non sono stati segnalati danni.

Il nuovo fronte nello Stretto di Hormuz

La sequenza nasce dall’ennesima fiammata nello Stretto di Hormuz, tornato al centro dello scontro tra Washington e Teheran dopo alcune settimane di relativa tregua militare.

Il Centcom, il comando americano responsabile delle operazioni in Medio Oriente, ha confermato che le forze statunitensi hanno colpito due installazioni iraniane sull’isola di Larak, nello stretto. Secondo la versione americana, uomini dei Guardiani della Rivoluzione stavano preparando il lancio di ordigni destinati alla posa di mine navali. Washington ha definito l’intervento un’azione «limitata e precisa» contro una minaccia considerata imminente per la navigazione civile e commerciale.

I media iraniani hanno riferito di esplosioni sull’isola e i Pasdaran hanno parlato di vittime tra militari e civili. Teheran ha quindi annunciato una risposta contro obiettivi statunitensi nella regione. In Giordania, l’Iran ha rivendicato attacchi contro strutture militari dove sono presenti forze americane. Le autorità giordane hanno riferito di aver intercettato otto missili entrati nel proprio spazio aereo.

È in questo contesto che è arrivata anche la rivendicazione iraniana su Al Minhad. L’esercito di Teheran ha sostenuto di aver preso di mira le zone della base utilizzate da militari ed elicotteri americani come risposta alle perdite subite a Larak. Gli Emirati negano però che la struttura sia stata colpita e, al momento, non sono emerse conferme indipendenti dell’attacco rivendicato dall’Iran.

Abu Dhabi cerca di frenare l’escalation

Mentre le difese aeree restano in allerta, da Abu Dhabi arriva un messaggio politico che punta in direzione opposta rispetto alla spirale delle rappresaglie. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente emiratino, ha sostenuto che una condizione di «né guerra né pace» non può rappresentare una soluzione sostenibile per il Golfo.

Secondo Gargash, la strategia di colpire i Paesi arabi del Golfo e la Giordania ha mostrato il proprio fallimento e occorre tornare a «soluzioni politiche realistiche e sostenibili». Il punto di partenza indicato dagli Emirati è la de-escalation, accompagnata dal ritorno alla normalità della navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il commercio energetico.

Per il consigliere del presidente emiratino, inoltre, non sarebbe sufficiente ripartire dal memorandum raggiunto tra Iran e Stati Uniti a metà giugno. Quel documento, nella lettura di Abu Dhabi, non sarebbe riuscito a costruire una tabella di marcia concreta e accettabile capace di trasformare la tregua militare in una soluzione politica stabile.

Hormuz resta il vero punto di pressione

Dietro l’escalation militare c’è soprattutto la partita per lo stretto. Dopo l’inizio della guerra del 28 febbraio, il traffico commerciale attraverso Hormuz si è drasticamente ridotto e la sicurezza della navigazione è diventata uno dei principali strumenti di pressione dell’Iran nei confronti di Washington e dei suoi alleati.

Gli Stati Uniti hanno annunciato nei giorni scorsi di aver rimosso mine dalle rotte internazionali e sostengono di voler garantire il passaggio delle navi commerciali. Teheran, invece, continua a contestare la libertà di movimento delle unità considerate ostili. Il rischio è che nuovi incidenti navali o attacchi mirati trasformino lo scontro controllato delle ultime settimane in una nuova fase apertamente militare.

La tensione si è già riflessa sui mercati. Il prezzo del Brent è tornato sopra i 90 dollari al barile e le Borse del Golfo hanno aperto in calo, segnale di quanto ogni nuova fiammata nello stretto possa produrre conseguenze ben oltre il teatro militare.

Il difficile equilibrio degli Emirati

Per gli Emirati Arabi Uniti la posizione è particolarmente delicata. Abu Dhabi è un partner strategico degli Stati Uniti, ha normalizzato i rapporti con Israele con gli Accordi di Abramo e nelle ultime settimane ha ulteriormente irrigidito la propria linea economica nei confronti dell’Iran. Allo stesso tempo, la leadership emiratina vuole evitare che il proprio territorio diventi uno dei campi di battaglia diretti dello scontro tra Washington e Teheran.

La doppia risposta di queste ore fotografa questo equilibrio: smentire immediatamente che una base militare sia stata colpita, reagire a una minaccia aerea concreta e, nello stesso momento, chiedere pubblicamente una soluzione politica.

È anche per questo che il caso Al Minhad va letto con prudenza. La rivendicazione iraniana e la smentita degli Emirati restano, al momento, versioni contrapposte. Il dato accertato è invece l’intercettazione del drone sulle acque emiratine e, soprattutto, la ripresa degli attacchi diretti tra Stati Uniti e Iran attorno allo Stretto di Hormuz. È da lì che passa ancora una volta il rischio di una nuova escalation regionale.