La tregua di fatto è saltata e la guerra tra Stati Uniti e Iran torna a infiammare il Medio Oriente. Le forze americane hanno lanciato una nuova serie di attacchi contro obiettivi iraniani nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha risposto rivendicando operazioni contro installazioni militari statunitensi in Giordania, Iraq e Bahrein. È lo scambio di attacchi più grave delle ultime settimane e riporta al centro della crisi lo stretto attraverso il quale transita una quota decisiva delle forniture energetiche mondiali.
Il bilancio degli attacchi americani, secondo le autorità iraniane, è di almeno undici morti nel sud del Paese. Il Pentagono sostiene che l'operazione sia stata diretta contro strutture militari dei Guardiani della Rivoluzione, con obiettivi comprendenti sistemi di difesa aerea, radar, infrastrutture di comunicazione e mezzi navali.
La battaglia per lo Stretto di Hormuz
Il nuovo fronte ruota ancora una volta attorno allo Stretto di Hormuz. Washington afferma di avere agito dopo tentativi iraniani di colpire il traffico commerciale e le forze americane presenti nella regione. Il presidente Donald Trump ha sostenuto inoltre che Teheran avrebbe tentato di posare mine nello stretto e avrebbe lanciato missili contro una base statunitense in Giordania.
Il Centcom ha confermato di avere preso di mira obiettivi appartenenti ai Pasdaran. L'obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è impedire all'Iran di mettere in pericolo la navigazione commerciale e di trasformare Hormuz in uno strumento di pressione militare ed economica.
Il dato più immediato arriva dal traffico navale. Martedì soltanto quattro navi per il trasporto di materie prime hanno attraversato Hormuz, contro le dieci del giorno precedente e una media degli ultimi dieci giorni di circa tredici. Prima dell'escalation militare, attraverso questo passaggio transitava circa un quinto del consumo mondiale di petrolio.
La guerra, quindi, non si combatte soltanto tra basi, missili e droni. Ogni nuova giornata di scontri nello stretto può ripercuotersi sulle rotte commerciali, sul prezzo del greggio e, a cascata, sulle economie occidentali e asiatiche.
La strage durante una festa di nozze
È però il bilancio civile a rendere ancora più drammatica la nuova escalation. Nella zona di Sirik, nell'Iran meridionale, un attacco ha colpito un'abitazione dove era in corso una festa di nozze. Le ricostruzioni disponibili nelle prime ore hanno fornito bilanci differenti, ma le fonti più aggiornate riferiscono di cinque persone uccise, tra cui un bambino, e decine di feriti.
Le autorità iraniane attribuiscono l'attacco agli Stati Uniti. L'episodio è diventato immediatamente uno dei simboli della nuova fase della guerra e Teheran lo utilizza per accusare Washington di aver colpito obiettivi civili. Le informazioni provenienti dall'area restano in parte condizionate dalla guerra e alcune circostanze dovranno essere verificate indipendentemente.
Secondo le autorità iraniane, sarebbero stati colpiti anche altri siti civili. Gli Stati Uniti sostengono invece che la campagna abbia come bersaglio l'apparato militare dei Guardiani della Rivoluzione e le capacità utilizzate per minacciare le forze americane e la navigazione.
I Pasdaran: «Gli Stati Uniti se ne pentiranno»
La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno promesso una rappresaglia contro gli interessi americani nella regione, annunciando che gli Stati Uniti pagheranno per gli ultimi attacchi.
Teheran ha quindi rivendicato operazioni contro obiettivi militari americani in Giordania, Iraq e Bahrein, utilizzando missili e droni. Le autorità di Giordania e Bahrein hanno riferito di intercettazioni, mentre Washington ha contestato le affermazioni iraniane relative a perdite tra i propri militari.
L'Iran sostiene inoltre di avere colpito hangar destinati ai droni americani in una base giordana. Anche su questo punto le versioni delle parti divergono e non tutte le rivendicazioni iraniane risultano confermate in modo indipendente.
Il rischio è che la dinamica di attacco e rappresaglia diventi sempre più difficile da interrompere. Dopo settimane di relativa calma, le due parti sono tornate a colpirsi direttamente e a indicare nuovi obiettivi qualora l'avversario prosegua le operazioni.
Trump alza ancora il livello della minaccia
A rendere ancora più teso lo scenario sono state le parole di Donald Trump. Il presidente americano ha confermato personalmente i raid vicino a Hormuz e li ha definiti una risposta alle azioni iraniane contro lo stretto e contro le forze degli Stati Uniti.
Trump ha avvertito Teheran che un'ulteriore rappresaglia iraniana provocherebbe una risposta americana «molto più dura». Poi la minaccia più pesante: Washington avrebbe ancora a disposizione un attacco di dimensioni superiori e, se venisse utilizzato, dell'attuale Repubblica islamica rimarrebbe «ben poco».
Le dichiarazioni della Casa Bianca e quelle dei Pasdaran mostrano quanto si sia ridotto lo spazio per una de-escalation immediata. Entrambe le parti sostengono di reagire alle azioni dell'avversario e, contemporaneamente, minacciano un livello di forza superiore in caso di nuovi attacchi.
La tregua è ormai appesa a un filo
La ripresa dei combattimenti interrompe una fase di relativa calma durata circa un mese. I tentativi diplomatici non hanno finora prodotto un meccanismo capace di impedire nuove operazioni militari e la questione di Hormuz resta uno dei principali punti di attrito.
Per Washington, la libertà di navigazione nello stretto è una linea rossa. Per Teheran, Hormuz rappresenta invece una delle leve strategiche più importanti a disposizione in un conflitto nel quale gli Stati Uniti dispongono di una netta superiorità militare convenzionale.
Ora la possibilità di una nuova spirale dipenderà soprattutto dall'intensità della risposta iraniana e dalla successiva reazione americana. Con basi statunitensi distribuite in diversi Paesi del Golfo e rotte energetiche esposte agli attacchi, ogni ulteriore scambio di missili e droni aumenta il rischio che la guerra coinvolga più direttamente altri Stati della regione.
