A Kathmandu la ricerca dei dispersi comincia con un prelievo di sangue. Genitori, figli, fratelli e sorelle arrivano al Nepal Police Hospital di Maharajgunj portando fotografie, documenti e le poche informazioni disponibili sui familiari inghiottiti dall’alluvione. Si mettono in fila sotto le tende, aspettano il proprio turno e consegnano alla polizia un campione del loro Dna. Per molti è ormai l’ultima possibilità di sapere che cosa sia accaduto a chi non è tornato.
A una settimana dalla catastrofe che il 26 agosto ha devastato il nord del Nepal, il bilancio continua a crescere. Secondo l’ultimo aggiornamento della polizia nepalese, al pomeriggio del primo settembre erano stati recuperati 1.058 corpi e resti umani, mentre 4.606 persone risultavano ancora disperse. Più di 11 mila persone sono state tratte in salvo.
Il numero dei morti racconta soltanto una parte dell’emergenza. Moltissimi resti non hanno ancora un nome. Sono stati trascinati per decine, talvolta centinaia di chilometri dai fiumi, recuperati nel fango o tra le macerie, spesso in condizioni che rendono impossibile il riconoscimento visivo. Gli obitori non riescono più a contenerli. E così, mentre continuano le ricerche, il Paese affronta un secondo dramma: identificare i morti e restituirli alle loro famiglie.
La corsa contro il tempo negli obitori
L’emergenza ha travolto rapidamente le strutture sanitarie. Già nel fine settimana, quando il bilancio era ancora molto inferiore a quello attuale, gli obitori risultavano saturi. A Bharatpur, nel distretto di Chitwan, centinaia di corpi erano arrivati seguendo il corso delle acque del Bhotekoshi e del Trishuli.
Il caldo, l’umidità e la mancanza di celle frigorifere sufficienti hanno costretto le autorità a una scelta dolorosa. Prima della sepoltura temporanea, ogni corpo viene documentato, fotografato e sottoposto a prelievi destinati all’identificazione genetica. Viene inoltre registrato il luogo esatto della tumulazione, in modo da permettere una futura riesumazione qualora venga individuata la famiglia.
La decisione ha provocato proteste e aperto una discussione che tocca direttamente la religione e le tradizioni del Paese. Per la maggioranza induista la cremazione rappresenta il rito funebre ordinario. Le autorità sostengono però che la sepoltura temporanea sia diventata inevitabile di fronte alle condizioni dei resti e all'impossibilità materiale di conservarli per settimane negli obitori.
Il problema non riguarda soltanto i corpi interi. La violenza dell’onda ha lasciato anche numerosi resti umani separati, rendendo ancora più complessa la ricostruzione dell’identità delle vittime.
Il Nepal si mette in fila per il Dna
È in questo scenario che la Nepal Police ha avviato una campagna nazionale per la raccolta dei campioni genetici. I familiari possono presentarsi al laboratorio del Nepal Police Hospital di Maharajgunj, a Kathmandu, oppure rivolgersi agli uffici distrettuali di polizia nelle aree interessate dalla catastrofe.
La procedura privilegia i parenti di primo grado. Padre, madre, figli e figlie sono i riferimenti genetici più affidabili per confrontare il campione con quello prelevato dai resti. La polizia richiede anche fotografie e informazioni utili sulla persona scomparsa.
Il sistema è stato pensato anche per una tragedia che ha oltrepassato i confini nepalesi. Tra i dispersi ci sono infatti numerosi stranieri, compresi escursionisti, lavoratori e pellegrini diretti verso il monte Kailash. Ai parenti che vivono all’estero è stato consentito di effettuare la profilazione genetica presso laboratori autorizzati nei rispettivi Paesi e trasmettere successivamente il risultato alle autorità nepalesi.
Non sarà un lavoro rapido. Ogni profilo genetico dei familiari dovrà essere confrontato con quelli estratti dalle vittime e dai resti recuperati lungo un'area enorme.
Le fotografie dei morti per trovare un nome
Prima del Dna resta il riconoscimento visivo. Negli ospedali e nei centri allestiti per l’emergenza sono state messe a disposizione dei parenti le immagini delle vittime non identificate. È una procedura traumatica, resa necessaria dalla quantità di persone scomparse e dalla difficoltà di associare rapidamente i resti alle denunce presentate dalle famiglie.
In alcuni casi bastano un tatuaggio, un gioiello, un vestito o un altro particolare riconoscibile. In molti altri non è possibile. La forza dell’acqua, il fango e i giorni trascorsi prima del recupero hanno reso irriconoscibili molte vittime.
È accaduto anche alla famiglia di Ayush Khadka, 21 anni. Per quattro giorni i parenti lo hanno cercato tra ospedali e centri di raccolta, seguendo ogni possibile traccia. Un corpo compatibile era stato in realtà recuperato già il giorno dell’alluvione. Soltanto dopo il riconoscimento la famiglia ha potuto reclamarlo e cremarlo sulle rive del Narayani, concludendo una ricerca che fino all’ultimo aveva lasciato spazio alla speranza.
Per migliaia di altre famiglie quella conclusione è ancora lontana.
Il disastro lungo il Bhotekoshi e il Trishuli
La catastrofe è iniziata il 26 agosto nell’area himalayana di confine. Un collasso glaciale ha provocato un'enorme piena che si è riversata lungo il sistema del Bhotekoshi e del Trishuli, travolgendo insediamenti, strade, ponti e infrastrutture energetiche nel distretto di Rasuwa e nelle aree a valle.
La conformazione del territorio ha moltiplicato la forza distruttiva dell’acqua. Intere comunità lungo le sponde sono state investite in pochi minuti e numerose aree sono rimaste isolate dopo la distruzione delle vie di comunicazione.
Una delle incognite più drammatiche riguarda i lavoratori degli impianti idroelettrici. Centinaia risultano ancora dispersi e molti potrebbero essere rimasti intrappolati nei tunnel delle centrali. Le squadre di soccorso stanno utilizzando anche droni e apparecchiature termiche, ma fango, detriti e spazi strettissimi rendono estremamente difficile penetrare nelle gallerie.
Con il passare dei giorni, le possibilità di trovare superstiti diminuiscono. Le operazioni continuano comunque lungo i fiumi, nei villaggi isolati e all’interno delle infrastrutture colpite.
Una tragedia che durerà anni
La fase del soccorso si sta ormai sovrapponendo a quella dell’identificazione e della ricostruzione. Migliaia di persone hanno perso la casa, diverse comunità restano difficili da raggiungere e le organizzazioni umanitarie avvertono che la crisi non finirà con il ritiro delle acque.
L’accesso ad alcune delle zone più colpite continua a essere ostacolato dalla distruzione delle strade e delle infrastrutture. Crescono anche i timori per malattie, condizioni igieniche precarie e vulnerabilità dei bambini nelle aree dove gli sfollati vivono in sistemazioni provvisorie.
Ma in queste ore, per migliaia di nepalesi, la ricostruzione è ancora un pensiero lontano. Prima viene la ricerca.
A Kathmandu la fila davanti all’ospedale della polizia continua. Un campione di sangue, una fotografia, il nome di un figlio, di una madre, di una sorella. Per chi non può più sperare in un salvataggio, resta almeno la possibilità che il Dna riesca a restituire un'identità a uno dei tanti corpi senza nome e permetta finalmente a una famiglia di celebrare il proprio rito d'addio.
