Bosnia-Serbia, rottura diplomatica dopo i funerali di Mladic

Sarajevo ritira il personale da Belgrado ed espelle due diplomatici serbi. L'Ue attacca

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Dopo gli onori militari a Ratko Mladic, la Bosnia riduce i rapporti con la Serbia. Konakovic richiama quasi tutto il personale, espelle due funzionari serbi e ritira l'adesione a una dichiarazione regionale

La crisi aperta dai funerali di Ratko Mladic a Belgrado si trasforma in uno scontro diplomatico tra Bosnia-Erzegovina e Serbia. Il ministro degli Esteri bosniaco Elmedin Konakovic ha deciso di richiamare dalla capitale serba quasi tutto il personale dell'ambasciata che ricade sotto la sua competenza, lasciando al loro posto soltanto l'ambasciatore e il console, nominati dalla Presidenza della Bosnia-Erzegovina e quindi fuori dalla sua diretta disponibilità.

La decisione è la risposta alle modalità con cui Mladic, morto a 84 anni mentre scontava all'Aia l'ergastolo per genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra, è stato accompagnato alla sepoltura. Migliaia di persone hanno partecipato il 7 settembre ai funerali nella capitale serba. La bara, avvolta nella bandiera nazionale, è stata scortata da militari, mentre la cerimonia religiosa è stata presieduta dal patriarca della Chiesa ortodossa serba Porfirije. Alla commemorazione hanno partecipato anche esponenti del governo serbo.

Sarajevo alza ancora il livello dello scontro

Nelle ore successive il confronto è diventato ancora più duro. Konakovic ha annunciato l'espulsione di due funzionari dell'ambasciata serba in Bosnia-Erzegovina, dichiarati persone non gradite e obbligati a lasciare il Paese entro 48 ore. Si tratta di Milan Dulanovic, addetto alla Difesa e militare dell'ambasciata, e del consigliere Danko Maksimovic.

Il ministro ha spiegato di aver agito sulla base delle prerogative attribuitegli dalle norme bosniache, che consentono al responsabile degli Esteri di intervenire sul personale diplomatico diverso dagli ambasciatori e dai consoli. Per queste ultime figure la competenza spetta invece alla Presidenza del Paese. È la stessa architettura istituzionale della Bosnia, costruita dopo gli accordi di Dayton, a impedire dunque a Konakovic di trasformare la protesta in una rottura diplomatica completa.

Il ministro non ha nascosto quale sarebbe la sua scelta politica se disponesse di poteri più ampi. «Se potessi, interromperei immediatamente le relazioni diplomatiche con la Serbia», ha affermato, chiarendo che l'obiettivo, nelle condizioni attuali, è ridurre i rapporti con Belgrado al minimo indispensabile.

Salta anche la dichiarazione sui rapporti di buon vicinato

La rappresaglia diplomatica non si ferma alle ambasciate. Sarajevo ha ritirato anche il proprio consenso a una dichiarazione congiunta sui rapporti di buon vicinato e sulla cooperazione regionale che avrebbe dovuto essere firmata il primo ottobre in Montenegro. Per Konakovic non esistono, dopo quanto avvenuto a Belgrado, le condizioni politiche per sottoscrivere un documento di questo tipo con l'attuale leadership serba.

Il gesto mostra quanto il funerale di Mladic abbia riaperto ferite che nei Balcani non sono mai state completamente rimarginate. L'ex comandante dell'esercito serbo-bosniaco fu riconosciuto colpevole, tra l'altro, del genocidio di Srebrenica del luglio 1995, quando circa ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi dopo la conquista dell'enclave protetta dalle Nazioni Unite. Fu inoltre condannato per il lungo assedio di Sarajevo, durato 43 mesi e costato la vita a circa diecimila persone.

Per una parte della società serba e della Republika Srpska, tuttavia, Mladic continua a essere rappresentato come un comandante e un eroe nazionale. Proprio questa distanza tra le sentenze internazionali e la memoria coltivata da settori del nazionalismo serbo è tornata in primo piano con le immagini di Belgrado.

La condanna dell'Unione europea

La reazione più pesante sul piano internazionale è arrivata dai vertici dell'Unione europea. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno definito «scioccanti» le immagini dei funerali e «profondamente deplorevoli» gli elementi di sostegno ufficiale e la presenza di alti esponenti serbi. Secondo i due leader europei, quanto accaduto dimostra l'incapacità di fare pienamente i conti con uno dei capitoli più bui della storia recente europea e contraddice i valori sui quali si fonda il percorso della Serbia verso l'adesione all'Ue.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic non ha partecipato personalmente alle esequie, ma tra i presenti figuravano suo figlio Danilo, il ministro della Difesa Bratislav Gašic, il ministro della Giustizia Nenad Vujic, il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik e l'ambasciatore russo in Serbia Alexander Botsan-Kharchenko. Vucic ha cercato di ridimensionare il significato politico della manifestazione, descrivendola come un'espressione emotiva della popolazione.

A Bruxelles, però, il caso viene ormai letto anche attraverso il dossier dell'allargamento. La commissaria europea Marta Kos aveva già rinviato una visita in Serbia denunciando il rischio di glorificazione di Mladic. Dopo i funerali, la Commissione ha fatto sapere di stare valutando le possibili conseguenze sull'iter europeo di Belgrado.

Una crisi che riporta i Balcani agli anni Novanta

Lo scontro va quindi oltre una controversia protocollare. Per Bosnia-Erzegovina il modo in cui Mladic è stato celebrato rappresenta una questione direttamente legata alla memoria delle vittime e al riconoscimento dei crimini giudicati dai tribunali internazionali. Per la Serbia, invece, la vicenda investe ancora una volta il rapporto fra nazionalismo interno, passato delle guerre jugoslave e aspirazione all'ingresso nell'Unione europea.

La scelta di Sarajevo di svuotare quasi completamente la propria rappresentanza diplomatica, espellere due funzionari serbi e congelare un'iniziativa sul buon vicinato segna il punto più grave raggiunto negli ultimi anni nei rapporti fra i due Paesi. E trasforma il funerale dell'ex generale serbo-bosniaco in una nuova crisi politica regionale, trent'anni dopo la fine della guerra che Mladic contribuì a rendere uno dei conflitti più sanguinosi dell'Europa contemporanea.