Una battuta d’arresto pesante per Donald Trump a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo dell’amministrazione di rendere immediatamente operative le nuove restrizioni sul voto postale, lasciando in vigore il blocco disposto dai giudici federali.
La decisione, arrivata nella serata del 14 settembre, impedisce che le nuove procedure vengano applicate alle midterm del 2026. Il voto è stato di fatto di sette giudici contro due: soltanto Samuel Alito e Clarence Thomas si sono schierati apertamente a favore della richiesta del governo.
Non si tratta ancora di una sentenza definitiva sulla legittimità dell’intero sistema voluto dalla Casa Bianca. La Corte ha respinto una richiesta urgente di sospendere l’ingiunzione del tribunale federale del Massachusetts, stabilendo però che il governo difficilmente riuscirà, allo stato degli atti, a prevalere nella sua contestazione e che le condizioni per un intervento d’emergenza non sono soddisfatte.
Le nuove regole volute dalla Casa Bianca
Lo scontro nasce dall’ordine esecutivo firmato da Trump il 31 marzo, con il quale il presidente aveva chiesto una stretta sulle procedure utilizzate per le schede elettorali spedite per posta. Il successivo intervento dello United States Postal Service, il servizio postale federale, prevedeva nuovi obblighi per Stati e autorità locali.
Tra le misure contestate figuravano l’utilizzo di buste sottoposte all’approvazione del servizio postale, l’introduzione di sistemi di identificazione e codici specifici e la trasmissione di elenchi degli elettori attraverso una piattaforma federale. In determinate circostanze, le schede non conformi alle nuove prescrizioni avrebbero potuto non essere inoltrate dal servizio postale.
Per l’amministrazione, le misure avrebbero rafforzato la sicurezza delle elezioni e reso più semplice individuare eventuali irregolarità. Gli Stati contrari e le organizzazioni per la tutela del diritto di voto hanno invece denunciato un’invasione delle competenze statali e il rischio concreto che migliaia di schede regolarmente espresse potessero non arrivare a destinazione.
Il fattore tempo decisivo per Kavanaugh
Particolarmente significativa è la posizione del giudice conservatore Brett Kavanaugh. Pur sostenendo che il servizio postale potrebbe avere, almeno in linea teorica, l’autorità per introdurre alcune delle nuove procedure, Kavanaugh ha ritenuto impraticabile applicarle alle elezioni del 2026.
Secondo il giudice, imporre il nuovo sistema a ridosso delle midterm sarebbe contrario alle regole dell’azione amministrativa perché gli uffici elettorali statali e locali non avrebbero tempo sufficiente per adeguarsi. Una posizione che lascia aperta la possibilità di un nuovo confronto giudiziario dopo le elezioni, ma che per novembre produce un risultato netto: le nuove restrizioni non entreranno in vigore.
Il ragionamento rafforza il principio, più volte richiamato dai tribunali americani, secondo cui modifiche sostanziali alle procedure elettorali non possono essere introdotte quando il voto è ormai imminente e le macchine organizzative degli Stati sono già in funzione.
I due giudici contrari
Di segno opposto il dissenso di Samuel Alito, condiviso da Clarence Thomas. Secondo Alito, il governo avrebbe dimostrato di avere i requisiti necessari per ottenere la sospensione dell’ingiunzione. Il giudice ha inoltre contestato alcune delle argomentazioni dei ricorrenti e riconosciuto all’amministrazione un forte interesse nell’applicazione delle misure destinate, secondo la Casa Bianca, a migliorare il controllo sulle schede inviate per posta.
Alito ha riconosciuto le difficoltà pratiche denunciate dagli Stati, ma non le ha considerate sufficienti per mantenere bloccata l’intera normativa. La sua posizione è rimasta però minoritaria.
Una battaglia che parte da lontano
Il voto per corrispondenza è da anni uno dei terreni di maggiore scontro politico negli Stati Uniti. Trump lo critica fin dalla campagna presidenziale del 2020, sostenendo che un utilizzo molto esteso possa aumentare il rischio di frodi. Le contestazioni sulla sicurezza del sistema sono state al centro anche delle polemiche successive alla sua sconfitta contro Joe Biden.
Il voto postale resta tuttavia una componente rilevante del sistema elettorale americano. Tutti gli Stati consentono in qualche forma di votare per posta e in numerose realtà non è necessario indicare una motivazione particolare per richiedere la scheda. In alcuni Stati il sistema postale rappresenta ormai il canale ordinario attraverso il quale una parte molto consistente degli elettori esprime la propria preferenza.
Proprio per questa ragione, l'introduzione di nuove procedure poche settimane prima del voto aveva provocato forti preoccupazioni tra funzionari elettorali e organizzazioni civili.
La partita si sposta oltre novembre
La decisione della Corte Suprema ha un effetto immediato sulle midterm, ma non chiude il contenzioso. La causa potrà proseguire sul merito e i giudici potranno essere nuovamente chiamati a stabilire fino a che punto il governo federale e il servizio postale possano intervenire sulle modalità con cui gli Stati organizzano il voto per corrispondenza.
Per Trump, però, il dato politico arriva adesso. L’amministrazione puntava a introdurre le nuove regole già nelle elezioni di novembre, quando gli americani rinnoveranno l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Quella possibilità, dopo l’intervento della Corte Suprema, è ormai sostanzialmente esclusa.
La battaglia giuridica continuerà, ma le midterm del 2026 si svolgeranno senza la stretta sul voto postale che la Casa Bianca aveva cercato di imporre.
