Ucraina, Trump spinge Zelensky a cedere territori alla Russia

Witkoff da Putin dopo il vertice di Oslo. L'Ue denuncia le pressioni Usa, Patriot fermi

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Kiev chiede un vertice a tre e garanzie di sicurezza, mentre il Pentagono ritarda il via libera ai missili difensivi acquistati dagli europei

La pressione americana sull'Ucraina si intensifica e il futuro dei territori occupati dalla Russia torna al centro del confronto diplomatico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vuole accelerare la conclusione della guerra e, secondo le indiscrezioni pubblicate dalla stampa americana, sta spingendo Volodymyr Zelensky ad accettare concessioni territoriali a Mosca. Una prospettiva che preoccupa profondamente le istituzioni europee, mentre Kiev si trova a fronteggiare una nuova fase di attacchi russi e crescenti difficoltà nelle forniture militari occidentali.

L'inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, dopo aver incontrato Zelensky e diversi leader europei a Oslo, è arrivato a San Pietroburgo per colloqui con il presidente russo Vladimir Putin. La missione dovrebbe servire a trasferire al Cremlino le proposte discusse con gli ucraini e verificare se esistano condizioni concrete per riaprire il percorso verso un accordo.

Trump vuole un accordo, anche a costo di concessioni territoriali

Il nodo principale resta il futuro delle regioni ucraine occupate dalle forze russe. Secondo le ricostruzioni della stampa statunitense, l'amministrazione Trump considera la disponibilità di Kiev a cedere territori una possibile condizione per raggiungere rapidamente un'intesa con Mosca.

Il presidente americano ha ribadito che Zelensky dovrebbe impegnarsi maggiormente per concludere il conflitto, attribuendo alla leadership ucraina parte della responsabilità per il mancato raggiungimento di un accordo.

Si tratta di una posizione che segna una profonda distanza rispetto alle richieste di Kiev. L'Ucraina continua infatti a considerare essenziali la propria sovranità, l'indipendenza delle decisioni politiche e garanzie internazionali capaci di impedire nuove aggressioni.

Le pressioni riguarderebbero soprattutto il Donbass, regione orientale in parte occupata dall'esercito russo e centrale nelle rivendicazioni territoriali del Cremlino. Non risulta tuttavia definito pubblicamente un accordo che stabilisca quali territori dovrebbero essere ceduti o attraverso quali procedure.

Per Mosca, il riconoscimento delle conquiste territoriali costituisce uno degli obiettivi politici fondamentali del negoziato. Per Kiev, invece, accettare una cessione senza adeguate garanzie significherebbe esporsi al rischio che un futuro accordo non impedisca una nuova offensiva.

Kallas accusa Washington di spingere Kiev alla resa

La posizione americana ha provocato una reazione particolarmente dura da parte dell'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas. Intervenendo al Parlamento europeo, Kallas ha accusato i negoziatori statunitensi di esercitare pressioni sull'Ucraina affinché accetti condizioni sostanzialmente favorevoli alla Russia.

Secondo la responsabile della diplomazia europea, il sostegno garantito dai Paesi dell'Unione ha finora permesso a Kiev di non accettare un'intesa che recepisca unilateralmente le richieste di Putin.

Kallas ha sottolineato che l'obiettivo europeo non può essere una semplice interruzione dei combattimenti, ma deve restare una pace duratura e accompagnata da condizioni verificabili di sicurezza.

Il timore è che un accordo costruito prevalentemente sulle concessioni ucraine possa congelare il conflitto senza risolverne le cause, lasciando la Russia nella posizione di esercitare nuove pressioni militari in futuro.

Le dichiarazioni evidenziano una distanza crescente tra l'impostazione diplomatica americana e quella sostenuta da numerosi governi europei. Washington punta a ottenere rapidamente un risultato negoziale, mentre Bruxelles insiste sulla necessità che l'intesa non legittimi automaticamente le conquiste territoriali ottenute con l'uso della forza.

A Oslo Zelensky propone un vertice a tre con Trump e Putin

Il 20 ottobre il presidente ucraino ha incontrato a Oslo l'inviato americano Steve Witkoff, alla presenza del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e del presidente finlandese Alexander Stubb.

Al termine del confronto, Zelensky ha adottato un tono prudente ma costruttivo, spiegando che Kiev e i partner europei hanno individuato alcune proposte condivise per tentare di rilanciare i negoziati.

Tra queste figura l'organizzazione di un incontro trilaterale fra i presidenti di Ucraina, Stati Uniti e Russia. Secondo Zelensky, le questioni più delicate, comprese quelle territoriali e le garanzie di sicurezza, richiedono un confronto diretto tra i capi di Stato.

L'iniziativa rappresenta anche un tentativo di evitare che le condizioni della pace vengano definite esclusivamente attraverso il dialogo tra Washington e Mosca.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha giudicato positivamente il confronto di Oslo, mentre Stubb ha parlato di progressi diplomatici ottenuti lontano dai riflettori.

L'atmosfera più favorevole non significa, tuttavia, che sia stata raggiunta un'intesa sui punti centrali del conflitto. Rimangono distanze sostanziali tra le posizioni delle parti e non è ancora chiaro quali concessioni Putin sia disposto a prendere in considerazione.

Patriot bloccati, Kiev teme di restare senza difese

Mentre proseguono i colloqui diplomatici, sul terreno si apre una nuova emergenza per l'Ucraina. Le scorte di missili intercettori utilizzati dai sistemi antiaerei Patriot si stanno esaurendo e le forniture già predisposte dai Paesi europei incontrano ostacoli nelle procedure di autorizzazione statunitensi.

Secondo un'inchiesta del Washington Post, il Pentagono non ha ancora autorizzato il trasferimento di alcuni lotti di intercettori di fabbricazione americana, nonostante la disponibilità dei partner europei a consegnarli a Kiev.

Il via libera dipende dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, perché gli accordi di esportazione degli armamenti statunitensi prevedono che Washington autorizzi anche i successivi trasferimenti verso Paesi terzi.

Le autorizzazioni non sarebbero state formalmente respinte, ma nemmeno completate. Il ritardo assume particolare rilevanza perché una parte dei missili è già stata acquistata dagli alleati europei nell'ambito dei programmi di assistenza militare all'Ucraina.

La carenza di intercettori rischia di compromettere la capacità ucraina di proteggere città, centrali elettriche e infrastrutture strategiche dagli attacchi russi. Secondo le informazioni raccolte dalla stampa americana, le disponibilità residue sarebbero estremamente limitate.

Zelensky ha denunciato apertamente i ritardi, sostenendo che alcune forniture potrebbero raggiungere rapidamente il territorio ucraino se arrivasse l'autorizzazione americana.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha respinto l'interpretazione secondo cui Washington starebbe utilizzando intenzionalmente i missili come strumento di pressione politica. Rubio ha spiegato che ogni consegna deve essere valutata anche sulla base delle necessità difensive degli Stati Uniti e degli altri alleati.

Resta però una differenza sostanziale tra le spiegazioni ufficiali americane e le preoccupazioni di Kiev: mentre Washington parla di valutazioni operative e disponibilità degli armamenti, il governo ucraino teme che i ritardi possano essere collegati all'andamento dei negoziati.

Ripristinata la condivisione delle informazioni sui missili russi

Un segnale positivo è arrivato dal confronto di Oslo. Zelensky ha confermato il ripristino della collaborazione americana nella trasmissione delle informazioni di allerta sui possibili attacchi missilistici russi.

Nei giorni precedenti, Kiev aveva denunciato interruzioni nei sistemi di preavviso, particolarmente importanti per individuare tempestivamente il lancio di missili balistici.

La disponibilità di queste informazioni consente alle autorità ucraine di attivare gli allarmi e coordinare le difese, aumentando le possibilità di proteggere la popolazione civile.

Washington aveva negato di aver disposto una sospensione politica della collaborazione, attribuendo alcuni problemi a difficoltà tecniche.

Il ripristino del servizio rappresenta dunque un risultato concreto del dialogo diplomatico, ma non risolve la questione delle forniture di intercettori.

Per Kiev, infatti, ricevere tempestivamente le informazioni sugli attacchi è fondamentale, ma altrettanto necessario è disporre dei mezzi militari per contrastarli.

La questione energetica divide ancora Washington e Kiev

Ad aggravare i rapporti tra Trump e Zelensky contribuisce anche il confronto sulle infrastrutture energetiche russe.

Nelle ultime settimane l'Ucraina ha continuato a colpire raffinerie e altri impianti utilizzati dall'economia di guerra di Mosca. Si tratta di operazioni attraverso le quali Kiev cerca di ridurre le risorse economiche e logistiche disponibili per sostenere l'invasione.

Trump ha invece chiesto alla leadership ucraina di interrompere gli attacchi contro il settore petrolifero russo, sostenendo la necessità di favorire una de-escalation e contenere le tensioni sui mercati energetici.

La divergenza si è accentuata dopo la telefonata del 9 ottobre tra il presidente americano e Putin, seguita dall'allentamento di alcune restrizioni statunitensi sulle esportazioni russe di gasolio.

L'accordo energetico ha suscitato forti perplessità tra gli alleati europei, che considerano le sanzioni economiche uno dei principali strumenti di pressione sul Cremlino.

La questione ha anche una dimensione politica interna agli Stati Uniti. Il prossimo 3 novembre si svolgeranno le elezioni di metà mandato e il costo dei carburanti rappresenta uno dei temi economici più sensibili per gli elettori americani.

Il possibile intreccio tra esigenze energetiche, politica interna statunitense e negoziati sull'Ucraina alimenta le preoccupazioni europee, anche se non dimostra da solo che le decisioni sulle forniture militari siano state adottate per ottenere concessioni territoriali da Kiev.

Putin riceve Witkoff, Mosca valuta le proposte americane

L'arrivo di Steve Witkoff a San Pietroburgo apre la fase successiva del negoziato.

L'inviato americano è stato accolto all'aeroporto di Pulkovo dal rappresentante del Cremlino Kirill Dmitriev, uno degli interlocutori coinvolti nei contatti tra Russia e Stati Uniti.

Il consigliere presidenziale russo Jurij Ushakov ha precisato che la visita era stata concordata da diversi giorni, escludendo quindi che si tratti di una missione organizzata improvvisamente dopo il vertice norvegese.

Witkoff dovrà illustrare alla leadership russa le proposte emerse durante i colloqui con Zelensky e con i rappresentanti europei.

Resta da verificare se Mosca sia disposta a considerare soluzioni differenti rispetto alle condizioni avanzate finora, soprattutto per quanto riguarda il controllo dei territori occupati e il futuro assetto di sicurezza dell'Ucraina.

Il Cremlino ha manifestato disponibilità ad ascoltare le nuove proposte, senza tuttavia anticipare concessioni.

Il rischio è che il confronto si trasformi in una nuova fase di trattative senza risultati concreti, mentre sul campo proseguono le operazioni militari e gli attacchi alle infrastrutture.

L'Europa teme un accordo deciso senza Kiev

La crescente attività diplomatica americana obbliga anche l'Unione europea a ridefinire il proprio ruolo.

I governi europei hanno sostenuto per anni la resistenza ucraina attraverso finanziamenti, forniture militari, assistenza umanitaria e sanzioni economiche contro la Russia.

Un accordo che riconoscesse le conquiste territoriali russe senza adeguate garanzie per Kiev metterebbe in discussione non soltanto il futuro dell'Ucraina, ma anche gli equilibri di sicurezza dell'intero continente.

Per questo Kaja Kallas insiste sulla partecipazione diretta degli europei alla definizione delle condizioni di pace.

L'Unione dispone inoltre di uno strumento negoziale importante: una parte delle sanzioni contro Mosca dipende da decisioni europee e non potrebbe essere revocata unilateralmente dalla Casa Bianca.

La posizione di Bruxelles è quindi fondata sulla necessità di ottenere impegni anche dalla Russia, evitando che il peso delle concessioni ricada esclusivamente sul Paese aggredito.

Rimane però aperta una questione centrale: quanto l'Europa sia effettivamente in grado di sostenere Kiev in caso di ulteriore riduzione dell'assistenza militare americana.

La dipendenza dai sistemi d'arma e dalle tecnologie statunitensi, evidenziata proprio dalla vicenda dei Patriot, mostra quanto sia difficile sostituire rapidamente il contributo di Washington.

La partita decisiva resta sulle garanzie di sicurezza

Il confronto diplomatico delle prossime ore ruota attorno a una domanda fondamentale: quali condizioni potrebbero rendere accettabile per Kiev un accordo che implichi concessioni territoriali?

Per Zelensky, qualsiasi ipotesi negoziale deve accompagnarsi a garanzie capaci di impedire una ripresa dell'aggressione russa.

La questione coinvolge il futuro delle forze armate ucraine, il sostegno militare occidentale, i meccanismi di controllo di un eventuale cessate il fuoco e gli impegni che Stati Uniti ed Europa sarebbero disposti ad assumere.

La Russia, dal canto suo, continua a chiedere il riconoscimento dei propri interessi strategici e territoriali.

Tra queste posizioni resta una distanza significativa, che la missione di Witkoff difficilmente potrà colmare senza un cambiamento sostanziale nelle richieste delle parti.