Centonovanta bambini e un adulto morti per ordine di un predicatore che prometteva loro la salvezza eterna attraverso la privazione del cibo. È la conclusione alla quale è arrivata la giustizia del Kenya, riconoscendo colpevole di 191 omicidi Paul Nthenge Mackenzie, il controverso leader religioso che aveva trasformato una comunità di fedeli in un'organizzazione fondata sull'obbedienza assoluta e sul digiuno fino alla morte. La sentenza, pronunciata lunedì 19 ottobre, riguarda uno dei più gravi massacri legati a una setta religiosa nella storia recente dell'Africa.
La giudice Diana Kavedza Mochache ha stabilito che il predicatore e 28 suoi collaboratori avevano organizzato un sistema nel quale la religione veniva utilizzata per controllare i seguaci e costringerli a rinunciare al cibo. Le vittime erano soprattutto bambini, molti dei quali avevano meno di dieci anni e non avevano alcuna possibilità di comprendere le conseguenze delle imposizioni ricevute.
Il verdetto arriva oltre tre anni dopo la scoperta delle fosse comuni nella foresta di Shakahola, una vasta area isolata della contea di Kilifi, nel sud-est del Paese. Qui, a partire dall'aprile 2023, gli investigatori hanno recuperato più di 400 corpi. La sentenza riguarda 191 decessi, mentre per molte altre vittime proseguono accertamenti e procedimenti giudiziari.
Il predicatore che prometteva il paradiso attraverso la fame
Paul Mackenzie, un ex tassista diventato predicatore, aveva fondato nel 2003 la Good News International Church, un'organizzazione religiosa che negli anni aveva assunto caratteristiche sempre più radicali.
Il suo messaggio si concentrava sulla convinzione che il mondo fosse prossimo alla fine e che i fedeli dovessero prepararsi all'incontro con Gesù attraverso il digiuno. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il predicatore sosteneva che la rinuncia al cibo fosse una condizione necessaria per raggiungere il paradiso prima dell'apocalisse.
La dottrina si accompagnava a un progressivo rifiuto delle istituzioni considerate estranee alla comunità. Mackenzie invitava i seguaci a non mandare i figli a scuola, a diffidare degli ospedali e a interrompere i rapporti con il mondo esterno.
Con il passare degli anni, queste convinzioni si sono trasformate in un sistema di controllo sempre più rigido. Le famiglie venivano incoraggiate a trasferirsi in una zona remota, lontana dalle città e dalle autorità, dove avrebbero potuto vivere secondo le indicazioni del loro leader spirituale.
La scelta ricadde sulla foresta di Shakahola, un territorio scarsamente popolato nei pressi di Malindi, lungo la costa dell'Oceano Indiano. In quel luogo, secondo la ricostruzione dei magistrati, il predicatore costruì una comunità nella quale ogni aspetto dell'esistenza era subordinato alle sue disposizioni.
I bambini dovevano morire prima degli adulti
Uno degli elementi più sconvolgenti emersi durante il processo riguarda l'ordine con cui venivano imposti i digiuni.
Secondo i giudici, Mackenzie aveva stabilito che i bambini dovessero morire prima degli adulti, per poter raggiungere il paradiso in anticipo rispetto ai genitori. La pratica non era lasciata alla libera scelta delle famiglie, ma veniva imposta attraverso una gerarchia interna incaricata di sorvegliare il comportamento dei fedeli.
I bambini erano costretti a rimanere senza mangiare e, in numerosi casi, anche senza bere. Chi cercava di procurarsi del cibo rischiava punizioni fisiche. Le guardie della comunità controllavano gli spostamenti e impedivano ai seguaci di abbandonare gli insediamenti.
Durante il processo sono emerse testimonianze particolarmente dolorose. Tra queste, la vicenda di una donna che aveva partorito il settimo figlio nella foresta e alla quale sarebbe stato impedito di allattare il neonato. Il bambino morì dopo dodici giorni.
La giudice Mochache ha sottolineato che i minori non potevano essere considerati partecipanti volontari a quelle pratiche. Non disponevano degli strumenti necessari per comprenderne il significato e, soprattutto, non avevano la possibilità di sottrarsi alle decisioni degli adulti.
Per il tribunale, la morte dei bambini non rappresentava una conseguenza imprevedibile del digiuno religioso, ma l'esito di un sistema organizzato che aveva deliberatamente privato le vittime delle condizioni indispensabili alla sopravvivenza.
Le fosse comuni nascoste nella foresta
La scoperta del massacro risale alla primavera del 2023, quando una segnalazione spinse le autorità kenyane a intervenire nella zona occupata dai seguaci del predicatore.
Gli investigatori si trovarono di fronte a uno scenario di estrema gravità. Nel territorio della comunità erano state scavate numerose fosse comuni, alcune delle quali nascoste sotto la vegetazione.
Le operazioni di ricerca si protrassero per mesi. Squadre di polizia, medici legali e personale specializzato recuperarono centinaia di corpi, molti in avanzato stato di decomposizione.
Gli accertamenti stabilirono che numerose vittime erano morte per denutrizione, ma su alcuni corpi vennero individuati anche elementi compatibili con altre forme di violenza, tra cui soffocamento e strangolamento.
Le difficoltà di identificazione furono enormi. In molti casi lo stato dei resti rendeva impossibile riconoscere le persone senza ricorrere ad analisi genetiche e confronti con i familiari.
Un ruolo importante nelle indagini è stato attribuito alle testimonianze di ex membri della comunità. Alcuni hanno raccontato come venivano imposte le regole e come i responsabili controllavano il territorio.
Tra i collaboratori che hanno deciso di testimoniare figura Enos Amanya, indicato come uno degli uomini incaricati della sorveglianza e della gestione delle sepolture. Le sue dichiarazioni hanno contribuito alla ricostruzione delle modalità con cui i corpi venivano nascosti nella foresta.
La sentenza dopo un'udienza durata otto ore
Il verdetto del 19 ottobre è stato pronunciato al termine di un'udienza durata oltre otto ore. La giudice Diana Kavedza Mochache ha riconosciuto la responsabilità penale di Mackenzie e di 28 coimputati, ritenendo dimostrata l'esistenza di un'organizzazione che imponeva digiuni mortali attraverso pressioni psicologiche, isolamento e violenza.
L'accusa ha costruito il proprio impianto probatorio attraverso le testimonianze di 120 persone, mentre la difesa ha presentato nove testimoni.
Il tribunale ha ritenuto che il predicatore avesse assunto il controllo della vita dei seguaci, trasformando la promessa della salvezza religiosa in uno strumento per imporre comportamenti destinati a provocare la morte.
Mackenzie ha sempre negato le accuse, sostenendo di non aver mai obbligato nessuno a digiunare e affermando che i seguaci agivano per scelta personale.
La corte ha respinto questa ricostruzione, evidenziando l'organizzazione gerarchica della comunità e il ruolo degli incaricati che impedivano alle persone di interrompere il digiuno o di fuggire.
Il verdetto ha riconosciuto le responsabilità anche di alcuni genitori, accusati di aver contribuito alla morte dei propri figli aderendo alle disposizioni del leader religioso.
La lettura della sentenza è stata seguita da familiari delle vittime, sopravvissuti e rappresentanti delle istituzioni. Per molte famiglie, il riconoscimento delle responsabilità rappresenta il primo risultato concreto di una lunga battaglia giudiziaria.
Gli allarmi ignorati e le responsabilità delle autorità
La tragedia di Shakahola ha aperto anche una questione che va oltre la responsabilità del predicatore: perché le autorità non siano intervenute prima.
Mackenzie era già conosciuto dalla polizia diversi anni prima della scoperta delle fosse comuni. Nel 2017 era stato coinvolto in un procedimento per la diffusione di idee estremiste e successivamente assolto.
Nel 2019 era stato nuovamente fermato. Dopo la chiusura della sua organizzazione religiosa, aveva trasferito gran parte delle proprie attività nella foresta, dove continuava a raccogliere fedeli.
Secondo le ricostruzioni delle indagini, diversi ex seguaci avevano cercato di richiamare l'attenzione delle autorità sui comportamenti del predicatore e sulle condizioni di vita della comunità. Quegli allarmi, tuttavia, non produssero interventi sufficienti a impedire il massacro.
La Kenya National Commission on Human Rights, organismo nazionale per la tutela dei diritti umani, ha denunciato gravi carenze nell'azione delle istituzioni, sottolineando come una risposta tempestiva avrebbe potuto salvare numerose vite.
Anche il presidente kenyano William Ruto ha riconosciuto in passato le responsabilità dello Stato nella mancata prevenzione della tragedia.
Il caso ha alimentato un intenso dibattito sul rapporto tra libertà religiosa, controlli istituzionali e protezione dei soggetti più vulnerabili, soprattutto dei minori.
La libertà religiosa e il rischio delle organizzazioni coercitive
Il Kenya è un Paese nel quale la religione riveste un ruolo importante nella vita pubblica e privata. La presenza di numerose chiese indipendenti e movimenti evangelici rappresenta una componente significativa del panorama religioso nazionale.
La vicenda di Shakahola, tuttavia, ha mostrato i rischi che possono emergere quando un'organizzazione si sottrae a ogni forma di controllo e attribuisce al proprio leader un'autorità assoluta sulla vita dei membri.
Il problema non riguarda la pratica religiosa in sé, ma l'utilizzo della fede come strumento di coercizione e privazione dei diritti fondamentali.
Nel caso esaminato dal tribunale, l'isolamento geografico e sociale ha contribuito a rendere i seguaci sempre più dipendenti dal predicatore e dalla struttura che lo circondava.
Oltre 400 morti, le indagini non sono concluse
Il procedimento concluso con il verdetto del 19 ottobre riguarda 191 omicidi, ma il numero complessivo delle persone ritrovate nella foresta di Shakahola supera quota 400.
Questo significa che le responsabilità penali relative a numerose altre morti devono ancora essere completamente accertate.
Le autorità hanno inoltre aperto ulteriori indagini su decessi avvenuti in aree collegate alla comunità del predicatore. In particolare, Mackenzie deve affrontare altre accuse relative a 52 morti emerse nell'area di Kwa Binzaro, mentre si trovava già in stato di detenzione.
Il pastore è coinvolto anche in procedimenti che comprendono contestazioni legate al terrorismo e ad altre forme di violenza contro i seguaci.
