Minneapolis, cosa non torna nell’uccisione di Renee Good: la città esplode

Video, accuse e versioni opposte dopo la morte di una cittadina americana

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Le immagini smentiscono la versione ufficiale e riaccendono la rabbia: proteste in Minnesota e a New York

Ci sono tre colpi di pistola, un’auto che si allontana e un video che sembra raccontare una storia diversa da quella ufficiale. È da qui che parte la nuova crisi di Minneapolis, dove una donna di 37 anni, cittadina americana, è stata uccisa in strada dagli agenti federali dell’immigrazione. Secondo l’Immigration and Customs Enforcement la vittima avrebbe speronato gli uomini durante un’operazione antimigranti. Ma le immagini diffuse nelle ore successive mostrano l’auto che arretra e poi riparte con le ruote sterzate lontano dagli agenti. Non verso di loro.

La distanza dal luogo simbolo è minima: meno di un miglio da dove, il 25 maggio 2020, la polizia soffocò George Floyd. Un dettaglio che pesa come un macigno e che spiega perché, nel giro di poche ore, la tensione sia salita alle stelle. Nel filmato, ripreso da un telefono cellulare, si vede un’auto ferma in mezzo alla strada, apparentemente per bloccare il passaggio. Un agente tenta di aprire la portiera. La donna urla, dice di no. Poi inserisce la retromarcia, accelera, e in quel momento partono i colpi. Tre spari secchi. L’auto prosegue per pochi metri e si schianta contro un veicolo parcheggiato. Dentro c’è il corpo senza vita di Renee Nicole Good, bianca, poetessa, madre di tre figli.

È qui che la narrazione dell’Ice si incrina. Perché, guardando le immagini, non si vede un tentativo di speronamento. Si vede una fuga maldestra, forse dettata dal panico, conclusa con un uso letale della forza che molti giudicano sproporzionato. La reazione più dura arriva dal sindaco Jacob Frey, che in conferenza stampa perde ogni cautela istituzionale e intima agli agenti federali di andarsene dalla città. Sulla ricostruzione ufficiale usa una parola sola, brutale, che non lascia spazio a interpretazioni. Un’accusa politica, prima ancora che giudiziaria. A Washington la vicepresidente Kamala Harris parla apertamente di una versione dell’amministrazione smentita dai fatti. Da New York, il deputato Zohran Mamdani attacca l’uso delle operazioni antimigranti come strumento di intimidazione e controllo, accusando il governo di cercare deliberatamente lo scontro. L’operazione dell’Ice era parte di una serie di controlli contro gli immigrati irregolari in uno Stato che ospita una delle più grandi comunità somale degli Stati Uniti. Una presenza spesso finita nel mirino della retorica più dura dell’amministrazione Donald Trump, che ha più volte invocato deportazioni di massa e tolleranza zero.

In questo contesto, la morte di una cittadina americana durante una retata antimigranti appare a molti come il punto di rottura. La domanda che rimbalza nelle strade e sui social è semplice e feroce: se è successo a lei, chi sarà il prossimo? Nella notte Minneapolis torna a riempirsi di manifestanti. Ci sono slogan, candele, ma anche rabbia e scontri isolati. La protesta si allarga rapidamente fino a New York, dove centinaia di persone scendono in piazza contro l’Ice e contro quella che definiscono una militarizzazione selettiva delle città governate dai democratici. Il timore, condiviso da molti osservatori, è che la sequenza sia già scritta: un episodio controverso, una versione ufficiale contestata, una città che esplode. Ed è proprio questo che rende la vicenda di Renee Good qualcosa di più di un caso di cronaca. È uno specchio che riflette, ancora una volta, le fratture più profonde degli Stati Uniti.