È un Paese sotto assedio quello che emerge dalle testimonianze raccolte in queste ore dall’Iran. Le piazze, che per settimane erano state attraversate da una protesta di massa e inizialmente pacifica contro la Repubblica islamica, si sono trasformate in campi di battaglia. Le forze di sicurezza hanno risposto con una violenza sistematica, dando vita a quello che osservatori e attivisti definiscono «il peggior massacro di sempre». A Teheran e nelle principali città del Paese, il sangue versato viene lavato nottetempo con pompe d’acqua, mentre di giorno la vita appare sospesa. Le università sono state chiuse per impedire nuovi focolai di protesta, i negozi abbassano le saracinesche già nel primo pomeriggio e la notte è segnata da un coprifuoco di fatto, imposto dai posti di blocco e dalle pattuglie armate. Secondo stime raccolte da reti di opposizione e organizzazioni per i diritti umani, i morti sarebbero almeno 12mila. Un bilancio spaventoso, costruito giorno dopo giorno tra scontri, esecuzioni sommarie e sparizioni. Le autorità non confermano, ma neppure smentiscono, mentre bloccano internet e limitano l’accesso alle informazioni.
L’obitorio di Kahrizak
All’obitorio di Kahrizak, a sud della capitale, continuano ad arrivare corpi. Sacchi neri numerati, senza nomi, senza spiegazioni ufficiali. Su uno di questi, secondo una testimonianza, era scritto: «n. 1.338, Parian, nata nel 2009». Sedici anni. Una delle tante vittime anonime di una repressione che non risparmia giovani, donne e studenti. La protesta, nata come movimento diffuso contro il sistema di potere della Repubblica islamica, si è progressivamente radicalizzata dopo le prime cariche e gli arresti. I disordini sono diventati scontri aperti e, infine, una mattanza. Le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla, effettuato arresti di massa e avviato rastrellamenti quartiere per quartiere. È questa, ora, la fase più temuta. Le retate notturne, le perquisizioni senza mandato, le detenzioni arbitrarie. Intere zone delle città vengono isolate, mentre le famiglie cercano notizie dei propri cari scomparsi. Il terrore non è più solo nelle piazze, ma nelle case. Con i media sotto controllo e le comunicazioni interrotte, l’Iran scivola in un silenzio forzato. Ma il prezzo pagato è già inciso nei numeri e nei volti delle vittime. Dodicimila morti, secondo chi documenta dall’esterno, segnano una frattura profonda e difficilmente sanabile tra lo Stato e una parte consistente della sua popolazione.
