Corte penale internazionale, il caso Khan travolge l’Aia

Sospeso il Procuratore che vorrebbe arrestare Netanyahu per le stragi a Gaza

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Accuse di una collaboratrice: la vicenda si intreccia con i mandati contro Netanyahu e Hamas e apre uno scontro globale sulla credibilità della giustizia internazionale

La crisi che scuote la Corte penale internazionale non riguarda più soltanto le indagini sui crimini di guerra a Gaza. Al centro del terremoto istituzionale c’è ora il procuratore Karim Khan, sospeso con effetto immediato dopo le accuse di molestie e comportamenti sessualmente inappropriati rivolte da una collaboratrice.

Per la prima volta dalla nascita del tribunale dell’Aia, l’organo incaricato di perseguire genocidi e crimini contro l’umanità si ritrova costretto a gestire una crisi interna che investe direttamente il vertice dell’accusa.

L’indagine condotta dall’Office of Internal Oversight Services delle Nazioni Unite avrebbe raccolto elementi relativi a presunti contatti sessuali non consensuali avvenuti in contesti professionali e privati. Khan respinge le accuse e sostiene che il provvedimento adottato dal Bureau degli Stati membri sia privo di basi sufficienti. Ma intanto le sue funzioni sono state congelate e il procedimento disciplinare passa ora all’assemblea plenaria dei Paesi aderenti alla Corte.

Il nodo Gaza e lo scontro geopolitico

La vicenda assume una portata ancora più delicata perché coinvolge il magistrato che ha firmato la richiesta di mandato d’arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e alcuni vertici di Hamas per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati al conflitto di Gaza.

Secondo persone vicine al procuratore, le accuse sarebbero state alimentate anche dal clima di tensione internazionale seguito a quella decisione. Negli ambienti della Corte circolano sospetti su campagne di pressione, operazioni di dossieraggio e interessi geopolitici legati alla guerra in Medio Oriente. Sullo sfondo compaiono riferimenti ai servizi israeliani, ai rapporti con Washington e alle frizioni diplomatiche esplose dopo l’iniziativa giudiziaria contro Israele.

Il punto di rottura arriva nella primavera del 2024. Pochi giorni dopo le prime contestazioni interne, Khan annuncia i mandati legati a Gaza. Una scelta che cambia gli equilibri internazionali attorno alla Corte e inasprisce il confronto con gli Stati Uniti e con il governo israeliano.

La frattura dentro la Corte

Accanto allo scontro esterno cresce però anche una crisi interna. Una parte dei funzionari dell’ufficio del procuratore denuncia da mesi un clima definito di “paura” e di forte pressione gerarchica. Alcuni dipendenti parlano apertamente di perdita di fiducia nella leadership dell’ufficio guidato da Khan.

Il tema, ormai, non riguarda soltanto l’accertamento giudiziario delle accuse. La domanda che attraversa la Corte è soprattutto politica e istituzionale: può continuare a rappresentare la giustizia internazionale un procuratore contestato da una parte del suo stesso apparato?

Il panel incaricato di valutare il materiale raccolto dalle Nazioni Unite non avrebbe ritenuto le prove sufficienti a superare lo standard del ragionevole dubbio, ma allo stesso tempo non avrebbe escluso definitivamente la fondatezza delle accuse. Un’ambiguità che lascia la Corte sospesa in una zona grigia estremamente pericolosa.

Un’istituzione sempre più fragile

La vicenda Khan arriva in un momento in cui la Corte penale internazionale appare già indebolita da anni di tensioni diplomatiche e limiti strutturali. L’Aia non dispone di una propria forza di polizia e dipende dalla collaborazione degli Stati per l’esecuzione dei mandati di cattura.

Le indagini su Gaza proseguono formalmente, ma il caso del procuratore rischia di minare ulteriormente la credibilità dell’istituzione. Gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Khan, mentre tra i Paesi membri emergono divisioni profonde: alcuni governi africani difendono il magistrato britannico, altri chiedono la sua rimozione immediata.

La Corte nata per giudicare i crimini del mondo si trova così intrappolata tra diritto internazionale, guerre geopolitiche e una crisi interna che mette in discussione la sua stessa autorevolezza.