Hormuz richiusa, Vance vola in Svizzera

Teheran accusa Israele di violare l’intesa sul Libano

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L’Iran annuncia lo stop nello Stretto di Hormuz, ma gli Stati Uniti negano blocchi al traffico navale. A Bürgenstock attesi i colloqui sul nucleare

Lo Stretto di Hormuz torna a essere il punto più fragile della crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele. Teheran ha annunciato una nuova chiusura del passaggio marittimo, accusando i raid israeliani in Libano di violare il memorandum d’intesa raggiunto con Washington. Ma dagli Stati Uniti non arriva alcuna conferma di un blocco reale: il Centcom sostiene che il traffico commerciale sia proseguito e che nella giornata del 20 giugno siano transitate decine di navi mercantili.

La mossa iraniana arriva alla vigilia dei colloqui in Svizzera, spostati a domenica dopo la cancellazione dell’appuntamento inizialmente previsto a Lucerna. Il vicepresidente americano JD Vance è partito per l’Europa per seguire il negoziato, mentre gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner sono già al lavoro con i mediatori. Da parte iraniana sono arrivati il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il capo negoziatore Mohammad Baqer Qalibaf.

La leva di Hormuz

La chiusura annunciata da Teheran ha un valore politico prima ancora che operativo. Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi più sensibili per il commercio energetico globale e ogni minaccia di blocco produce effetti immediati sui mercati, sulle cancellerie e sulle forze militari presenti nell’area. L’Iran sostiene che l’intesa sia stata violata dai nuovi raid israeliani in Libano e chiede agli interlocutori americani garanzie sull’applicazione degli impegni già sottoscritti.

Washington, però, prova a ridimensionare la portata dell’annuncio. Vance ha dichiarato di non avere prove di una chiusura effettiva, mentre il comando centrale americano afferma di monitorare il traffico navale per garantire la libertà di navigazione. Donald Trump, da Camp David, ha escluso l’introduzione di pedaggi durante il cessate il fuoco e nei sessanta giorni previsti dal memorandum, ma ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero pretendere compensazioni se l’accordo dovesse fallire.

Il negoziato svizzero

A Bürgenstock, il confronto dovrebbe affrontare il dossier nucleare, il cessate il fuoco in Libano e le questioni economiche lasciate aperte dall’intesa preliminare. Teheran insiste su un punto: la fase finale dei negoziati non può cominciare senza l’attuazione delle clausole considerate essenziali del memorandum. Il ministero degli Esteri iraniano accusa la controparte di non avere ancora chiarito come intenda rispettare gli impegni.

Il ruolo del Qatar resta centrale. Il premier Mohammed bin Abdulrahman Al Thani partecipa al lavoro diplomatico con gli americani su un meccanismo che dovrebbe consentire all’Iran di usare parte dei fondi congelati all’estero per acquistare cibo, medicinali e beni umanitari. Il primo banco di prova riguarda i fondi parcheggiati a Doha, ma l’obiettivo politico è più ampio: costruire un modello per sbloccare gradualmente risorse iraniane sottoposte a restrizioni internazionali.

Netanyahu sotto pressione

La variabile israeliana resta la più difficile da governare per Washington. Dopo i raid in Libano, Benjamin Netanyahu ha ordinato il cessate il fuoco all’Idf in coordinamento con gli Stati Uniti, ma l’episodio ha già prodotto un effetto politico: Teheran lo usa per contestare la tenuta dell’intesa e per rimettere pressione sul tavolo svizzero.

Per Vance, volto politico del memorandum nell’amministrazione Trump, la missione in Svizzera è anche una prova interna. L’accordo è attaccato dai democratici e dai falchi repubblicani, contrari alla revoca delle sanzioni e ai fondi per la ricostruzione iraniana. La nuova crisi di Hormuz offre argomenti ai critici, convinti che Teheran abbia ottenuto una leva strategica più forte senza concedere abbastanza sul nucleare.

Una tregua appesa allo Stretto

Nelle prossime ore si capirà se l’annuncio iraniano resterà una pressione diplomatica o diventerà un blocco effettivo al traffico navale. La differenza è decisiva. Nel primo caso, Hormuz sarà l’arma negoziale con cui Teheran cercherà garanzie prima del vertice. Nel secondo, la crisi rischierebbe di allargarsi subito ai mercati energetici e alla sicurezza militare del Golfo.

Il negoziato di Bürgenstock nasce quindi sotto una doppia minaccia: il fragile cessate il fuoco in Libano e la possibilità che lo Stretto di Hormuz torni a chiudersi davvero. Per ora, diplomazia e deterrenza procedono insieme. Ma il margine si è ristretto.