C'è qualcosa di profondamente inquietante nell'unanimismo che circonda Xi Jinping. Non è soltanto l'assenza di opposizione politica, che in Cina costituisce da decenni una caratteristica strutturale del regime. È qualcosa di più sottile e, forse, di più pericoloso: la progressiva cancellazione di ogni possibilità di dissenso persino all'interno del gruppo dirigente che dovrebbe governare il Paese.
Il quinto plenum del Partito comunista cinese, riunito a Pechino dal 26 al 29 ottobre, offre una rappresentazione quasi perfetta di questo sistema. Centinaia di dirigenti convocati per discutere il futuro della seconda economia mondiale, un apparato rigidamente controllato, comunicazioni ufficiali calibrate parola per parola e un leader attorno al quale sembra non essere più ammessa alcuna distanza politica.
Sul tavolo c'è il futuro della Cina, ma la questione che sovrasta ogni altra è la sopravvivenza politica di chi dovrebbe contribuire a determinarlo. Perché nell'universo costruito da Xi non basta essere fedeli al partito. Bisogna dimostrare continuamente di essere fedeli a lui.
Il silenzio come forma di governo
Il dato che colpisce maggiormente è quello degli 86 componenti originari del Comitato centrale che, secondo le stime circolate alla vigilia del plenum, non sarebbero più nelle condizioni di partecipare ai lavori. Non tutti risultano formalmente espulsi, e sarebbe scorretto considerarli indistintamente vittime di un'epurazione. Ma il numero restituisce comunque la dimensione di un apparato dirigente attraversato da rimozioni, indagini e improvvise scomparse dalla scena pubblica.
In una democrazia, il ricambio della classe dirigente avviene attraverso elezioni, congressi, confronti pubblici e conflitti politici riconoscibili. Nella Cina di Xi, invece, la perdita di una posizione di potere può consumarsi nel silenzio, senza che l'opinione pubblica conosca davvero le ragioni di quanto accaduto.
È questo uno degli aspetti più oscuri del sistema. Un dirigente può occupare per anni incarichi prestigiosi, essere presentato come esempio di fedeltà e competenza, salvo poi sparire dalla vita politica perché accusato di corruzione, slealtà o violazioni disciplinari.
Il messaggio per chi rimane è inequivocabile: nessuna posizione garantisce sicurezza, nessuna carriera protegge dal sospetto, nessuna vicinanza al leader assicura l'immunità.
Un potere costruito su queste premesse non ha bisogno di reprimere quotidianamente ogni dissenso. Può essere sufficiente convincere tutti che dissentire sia pericoloso.
La terribile logica della fedeltà assoluta
Xi Jinping ha trasformato la disciplina interna in uno dei pilastri del proprio sistema politico. La lotta alla corruzione, avviata dopo la sua ascesa al potere nel 2012, ha certamente intercettato fenomeni reali e profondamente radicati nell'amministrazione cinese. Sarebbe ingenuo negarlo.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la funzione politica assunta da questa campagna.
Quando le accuse disciplinari si intrecciano con concetti come slealtà, doppiezza e insufficiente adesione alla linea del vertice, il confine tra il contrasto agli illeciti e la repressione del dissenso diventa pericolosamente incerto.
La denuncia dei «doppiogiochisti» è particolarmente rivelatrice. Il termine non indica necessariamente chi abbia rubato denaro pubblico o abusato del proprio incarico. Può riferirsi anche a chi, secondo il giudizio della leadership, non manifesta un'adesione sufficientemente autentica alle direttive politiche.
È una pretesa che va oltre l'obbedienza. Chiede una forma di conformità interiore, impossibile da verificare con criteri trasparenti e proprio per questo potenzialmente illimitata.
La guida terribile di Xi emerge qui in tutta la sua durezza: il potere non si accontenta di essere rispettato, pretende di non essere messo in discussione. Non considera la divergenza un possibile contributo al governo, ma un sintomo di infedeltà.
Un partito che applaude e non discute
L'unanimismo cinese non nasce con Xi. Il Partito comunista ha sempre rivendicato il principio del centralismo democratico, secondo il quale il confronto interno deve lasciare spazio all'unità nell'applicazione delle decisioni.
Ma sotto l'attuale presidente questa tradizione sembra essersi irrigidita fino a ridurre drasticamente gli spazi per un confronto riconoscibile tra orientamenti differenti.
La contraddizione è evidente. Un Paese di oltre un miliardo di abitanti, attraversato da enormi differenze sociali, economiche e territoriali, viene rappresentato politicamente attraverso una voce sempre più uniforme.
Eppure nessuna società complessa può essere davvero unanime. Non lo sono le sue imprese, le sue università, le sue amministrazioni, i suoi cittadini. Pretendere che un intero apparato politico parli come un solo uomo non significa eliminare le divergenze. Significa renderle invisibili.
L'unanimità ottenuta attraverso la paura del dissenso non è una dimostrazione di consenso. È, al contrario, un segnale della difficoltà del sistema ad accettare il confronto.
Un dirigente che teme di contraddire il proprio superiore finirà per comunicargli ciò che ritiene gradito, non necessariamente ciò che è vero. E quando questa dinamica raggiunge i vertici dello Stato, il rischio non riguarda soltanto la libertà politica. Riguarda la qualità stessa delle decisioni.
L'esercito decapitato e il paradosso della sicurezza
Le epurazioni che hanno investito i vertici militari rendono ancora più evidente il paradosso del potere di Xi.
La Commissione militare centrale, organismo fondamentale per il controllo delle forze armate, è stata attraversata da rimozioni di portata eccezionale. Persino figure considerate vicine al presidente sono finite coinvolte nelle indagini.
Tra queste compare Zhang Youxia, un tempo tra i più influenti generali cinesi. La sua caduta dimostra quanto sia fragile la sicurezza politica anche per chi ha raggiunto le posizioni più elevate.
La leadership sostiene che le indagini siano necessarie per costruire un esercito più disciplinato e meno esposto alla corruzione. Ma è legittimo domandarsi quale prezzo organizzativo possa comportare la continua sostituzione dei vertici.
Un apparato militare ha bisogno di competenza, esperienza, fiducia reciproca e chiarezza nelle responsabilità. Se la fedeltà personale diventa il criterio dominante nella selezione dei comandanti, il rischio è che la capacità di giudizio venga subordinata alla prudenza politica.
La questione assume un rilievo internazionale considerando le tensioni attorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Una leadership circondata da collaboratori riluttanti a esprimere valutazioni sgradite può essere più esposta a errori di calcolo.
Non significa che la Cina sia destinata a compiere scelte militari avventate. Significa riconoscere che l'assenza di un confronto interno libero rappresenta un fattore di rischio per qualsiasi grande potenza.
Il fantasma di Mao e il culto della personalità
La concentrazione del potere nelle mani di Xi richiama inevitabilmente alcuni tratti della storia politica cinese, soprattutto il rapporto tra leadership personale e istituzioni nell'epoca di Mao Zedong.
Il paragone richiede prudenza. La Cina contemporanea è profondamente diversa da quella maoista, possiede un'economia integrata nei mercati mondiali, un'amministrazione complessa e una società tecnologicamente avanzata.
Ma proprio questa modernità rende più sorprendente il ritorno di una concezione fortemente personalistica del potere.
Dopo la morte di Mao, Deng Xiaoping aveva contribuito a costruire un sistema che, pur rimanendo autoritario, cercava di limitare i rischi derivanti dalla concentrazione del comando in una sola persona. La successione dei leader, la collegialità degli organismi dirigenti e una certa prevedibilità istituzionale avrebbero dovuto impedire il ritorno degli eccessi del passato.
Xi ha progressivamente ridimensionato questi meccanismi. L'eliminazione del limite dei due mandati presidenziali nel 2018 è stata il segnale più evidente di una trasformazione che riguarda l'intero equilibrio del sistema.
Il presidente è diventato il riferimento centrale del partito, dello Stato e delle forze armate. La sua visione politica è stata incorporata nei documenti ideologici fondamentali e la sua autorità appare sempre meno condizionata da contrappesi interni visibili.
La domanda, allora, non è soltanto quanto potere abbia accumulato. È chi possa realisticamente dirgli di no.
La paura non produce necessariamente stabilità
I sostenitori del modello cinese richiamano spesso la capacità del sistema di assumere decisioni rapide, programmare investimenti di lungo periodo e perseguire obiettivi strategici senza i compromessi delle democrazie parlamentari.
Sono argomenti che meritano di essere esaminati, soprattutto considerando i risultati ottenuti dalla Cina nella crescita economica, nelle infrastrutture e nello sviluppo tecnologico.
Ma la rapidità decisionale non coincide automaticamente con la qualità delle decisioni
Un sistema nel quale il dissenso viene percepito come una minaccia può perdere progressivamente la capacità di correggere i propri errori. Le informazioni risalgono la catena gerarchica filtrate dalla convenienza politica. I funzionari evitano iniziative che potrebbero esporli a critiche. Le responsabilità diventano difficili da attribuire perché nessuno vuole apparire in contrasto con la linea ufficiale.
Anche le campagne anticorruzione possono produrre questo effetto quando i criteri disciplinari non sono sufficientemente trasparenti.
Il risultato può essere un'amministrazione apparentemente compatta, ma sempre meno disposta ad assumersi responsabilità autonome.
La paura, in altre parole, può generare obbedienza. Non garantisce competenza, sincerità o capacità di governo.
Il 2027 e la Cina senza un successore visibile
Il prossimo Congresso del Partito comunista cinese, previsto per il 2027, rappresenterà un passaggio decisivo. Xi potrebbe ottenere un quarto mandato alla guida del partito, prolungando ulteriormente una leadership che ha già modificato profondamente le regole politiche del Paese.
Ma il problema più importante non riguarda soltanto la durata del suo potere. Riguarda ciò che verrà dopo.
Un sistema politico solido dovrebbe essere in grado di sopravvivere ai propri leader, garantendo procedure di successione riconoscibili e istituzioni capaci di funzionare indipendentemente dalla persona che le guida.
Nella Cina contemporanea, invece, non emerge una figura chiaramente designata alla successione. La continua riorganizzazione dei vertici rende ancora più difficile individuare un percorso prevedibile.
È il paradosso dei poteri fortemente personalizzati: possono apparire inattaccabili finché il leader rimane al comando, ma diventare vulnerabili quando devono affrontare il problema della continuità.
Più tutto dipende da un solo uomo, più il futuro del sistema rischia di dipendere dalle sue decisioni personali.
Il vero pericolo dell'unanimismo
C'è un'immagine che sintetizza il significato politico del plenum di Pechino: una grande sala nella quale i dirigenti ascoltano, approvano e manifestano unità attorno alla leadership. All'esterno, un Paese immenso affronta difficoltà economiche, trasformazioni sociali, tensioni demografiche e sfide internazionali di straordinaria complessità.
Quell'unità ufficiale può apparire rassicurante a chi identifica la stabilità con l'assenza di conflitto. Ma una società non diventa più stabile semplicemente perché le sue contraddizioni non vengono rappresentate.
La forza di un sistema politico si misura anche dalla capacità di tollerare le critiche, riconoscere gli errori e sostituire i dirigenti senza trasformare ogni cambiamento in una prova di fedeltà.
È proprio ciò che sembra mancare nel modello costruito da Xi.
La sua leadership può contare su strumenti di controllo straordinari, su un apparato organizzativo capillare e su una concentrazione di potere senza precedenti nella Cina degli ultimi decenni. Ma nessuno di questi elementi dimostra che le decisioni siano necessariamente giuste o che il consenso sia autentico.
L'aspetto più inquietante non è nemmeno il numero dei dirigenti allontanati. È il messaggio rivolto a quelli che restano: il dissenso può costare la carriera, la posizione e, nei casi più gravi, la libertà.
Quando un'intera classe dirigente impara che la prudenza consiste nel non contraddire mai il capo, il potere può diventare terribile proprio perché nessuno è più disposto a limitarlo.
E allora il vero interrogativo che arriva da Pechino non riguarda soltanto il destino degli 86 dirigenti assenti. Riguarda quello di una grande nazione che, pur disponendo di immense risorse economiche, scientifiche e umane, affida sempre più il proprio futuro alla volontà di un solo uomo.
Il pericolo dell'unanimismo non è che tutti pensino allo stesso modo. È che nessuno osi più dire di pensarla diversamente.
