di Simonetta Ieppariello
Dalle macerie di un ponte crollato e di tante, troppe vite spezzate, nasce una storia d'amore, racconto prezioso di due persone che non più giovani trovano l'amore vero. Nascono anche amori tra gli sfollati di ponte Morandi: Pasquale Ranieri, 86 anni, napoletano ex carpentiere specializzato, e Graziella Pistorio, 83 anni, catanese, casalinga, non si perdono di vista per un attimo da quando hanno dovuto lasciare le loro case. Loro come tanti che vivevano in quei 11 palazzi . 255 famiglie che vivono in alloggi alternativi, alberghi aspettando di poter tornare a casa.
«Ci conosciamo da tanto tempo, eravamo vicini di casa al civico 9 di via Porro - racconta Pasquale, vedovo con una figlia, origini napoletane, seduto accanto a Graziella su una panchina del centro civico Buranello di Sampierdarena che raccoglie i senza casa - Lei interno 9, io due piani sotto. Quando ci siamo trovati fuori casa, abbiamo pensato che in due è più facile, ci sentiamo più forti e ora stiamo insieme. Il destino vuole che quel ponte che ho contribuito a costruire ora mi ha messo fuori casa. Mettevamo le guaine, ci spenzolavamo nel vuoto per preparare le colate di cemento. Penso di essere l'unico tra gli sfollati che il ponte lo ha anche costruito. Era venuto Saragat a inaugurarlo. Poi vent'anni fa ho comprato una casa là sotto. Soldi ce n'erano pochi e non potevo andare altrove».
Adesso Pasquale e Graziella sono nello stesso albergo in attesa di una casa: «Veramente ne ho trovata una tramite un’agenzia - racconta l’anziano - Ho dato anche un bell’anticipo, in pratica i miei risparmi, ma per ora non ci hanno fatto entrare con la scusa che il proprietario deve fare dei lavori. Ho anche l’impressione che qui a Sampierdarena ci marcino: con la scusa del ponte hanno aumentato i prezzi degli affitti. Noi siamo gli sconfitti», sorride amaro.
Graziella catanese di nascita dice che dalla caduta del ponte ha perso quattro chili per la tristezza . Le mancano le sue cose, la sua casa, le servono vestiti e oggetti del suo quotidiano. «Ci abitavo da 46 anni, dentro ho una vita intera. E adesso ci tocca stare in albergo dove non ci danno neppure la prima colazione e alla sera mangiamo gli avanzi del pranzo di mezzogiorno perché siamo anziani e non riusciamo ad andare due volte al giorno al centro di via Buranello dove danno i pasti». Come riporta il Secolo XIX.
