di Sergio Califano
In uno stanzino semibuio del Roma a palazzo Lauro in via Marina, ricavato probabilmente dal ripostiglio di scope e secchi, era stata collocata la redazione Cultura del giornale. E oltre la scrivania, nascosto da inimmaginabili cataste di fogli e libri e protetto dalla nebbia delle sue sigarette, c'era Nicola Pugliese (era il periodo in cui aveva appena pubblicato con Einaudi il suo straordinario Malacqua), che un giorno mi disse: "Avete fatto caso che c'è la corsa in città ad assumere personale nero perchè fa molto ricca borghesia? Allora ho pensato a un titolo: La mia colf è più nera della tua. Adesso voi su questo titolo fate un'inchiesta di cinque cartelle". Dava del voi alle persone a cui voleva bene, Nicola. Un po' per vezzo, un po' perché era fascista anche nei baffi tristi. Era un visionario e leggeva il futuro osservando il fumo della sigaretta.
E più in là, oltre il corridoio, c'era il salone della Cronaca. E c'erano loro, i semidei inarrivabili. E tra loro c'era Novi, già da allora impegnato a arrotolare sottili strisce di carta mentre parlava e anche lui anticipava il futuro. Novi, che intanto si chiamava Emiddio. Ed era davvero un semidio, per quei ragazzini che sognavano di diventare giornalisti. E nei primi giorni di novembre1980 (qualche settimana prima del terremoto che cancellò l'Irpinia e la vita di migliaia di persone) il comandante Achille Lauro affondò rovinosamente e portò con sè il Roma.
Mentre la tipografia colava a picco e finiva sul fondo del mare, i più svelti si risvegliarono democristiani, socialisti, liberali, e cominciarono a bivaccare nelle anticamere del Mattino e della Rai. Emiddio raccolse la pattuglia dei duri e puri e comunicò: "Io e i miei amici non ci vendiamo a nessuno". Restò fascista e furono anni di fame, per lui e per i duri e puri. Ma nel dicembre del '90 Emiddio era però saldamente sulla tolda del Giornale di Napoli e una sera disse a mia moglie: "Ho un debito con Sergio. Da oggi lui è sposato con me e tu non lo vedrai mai".
Fu quella mia lettera di assunzione. Da sposato portavo la fede a destra, un vezzo che copiai da lui. E tutt'ora scrivo con un dito solo, l'indice della mano destra. Come faceva lui.
Nell'era paleolitica dei primi anni '90 una sera ero nella stanza di Emiddio Novi quando entrò Genny Sangiuliano, all'epoca giovane e ambizioso collaboratore esterno del giornale e oggi direttore del Tg2, il quale mi consegnò un articolo dattiloscritto pregandomi di pubblicarlo. Poi, quando Genny andò via, Emiddio arrotolò l'ennesima striscia di carta e lesse il futuro.
Poi mi disse: "Non inimicarti mai Sangiuliano". Come sempre, aveva capito tutto 30 anni prima degli altri.
