Maurizio Sarri ha scelto la Juventus. Il “comandante”, l’uomo che dalla panchina del Napoli ha guidato la rivoluzione partenopea che poco o nulla aveva a che vedere con il calcio, ma che rievocava e interpretava i sentimenti di rivalsa e di rivincita che da sempre riempiono la pancia della città, da oggi sarà l’allenatore dei nemici giurati. La città ha reagito con rabbia, con rancore. I social sono stati invasi di post e di video. La targa che aveva fatto dell’allenatore il “comandante” è stata tolta dal muro di Bagnoli che, da buon quartiere rosso, aveva creduto nella rivoluzione annunciata e promessa.
Il rapporto tra la squadra di calcio e la città a Napoli non è una questione sportiva ma un legame viscerale che fa emergere caratteristiche antropologiche del popolo napoletano, pronto a consacrare eroi e a condannare traditori, capace di amare in maniera spassionata e odiare senza alcun rimorso.
La città, non solo i tifosi, aveva creduto in maniera ingenua al sogno del “sarrismo”. Un sogno che prometteva la rivincita su chi vince da sempre, la possibilità di raggiungere la vittoria superando i soprusi e le ingiustizie ataviche. Un sogno che rimetteva in pari un conto che per Napoli e per i napoletani era sempre stato dispari. Per la prima volta, negli anni di Sarri, a sventolare in curva non era più solo il volto del Pibe de Oro, ma si era fatto spazio anche un’enorme bandiera con la faccia del tecnico toscano. In città nessuno neanche ricorda il nome di Bigon o di Bianchi, eppure vinsero gli unici due scudetti della storia dei partenopei, mentre il volto di un allenatore che nulla ha vinto con la maglia azzurra era diventato il simbolo del San Paolo.
Sarri, come gli altri miti e gli altri eroi napoletani, aveva combattuto contro i potenti, aveva dimostrato che si poteva essere davvero forti anche contro quei ricchi antipatici bianco neri di Torino, contrapponendo la bellezza e la poesia alla concretezza e all’efficienza. Il “comandante” aveva conquistato il cuore del popolo con il suo linguaggio diretto, violento e scurrile ed era entrato di diritto nell’olimpo degli eroi partenopei con quel dito medio alzato contro le offese razziste dei tifosi bianconeri.
Nessuno in città potrà mai accettare la scusa del professionismo imperante nello sport che avrebbe spinto Sarri ad accettare l’incarico alla Juventus. Lo stipendio molto generoso, la possibilità di vincere qualcosa, la voglia di provare ad essere imbattibile, sono tutte ragioni senza senso per chi ha vissuto con passione il “sarrismo”. Si continua a ripetere che nel calcio professionistico non esistono sentimenti, ci sono conti e piani finanziari da soddisfare e progetti personali da portare avanti. Si continua a dire che un vero professionista non tifa e non si fa influenzare. Si continua a ripetere che nel calcio moderno non esistono bandiere, eppure Sarri la sua bandiera al San Paolo l’aveva avuta. Si continua a ripetere che non esiste il tradimento perché un professionista lavora per chi gli paga lo stipendio.
Ma Napoli ha la sua dinamica, la sua storia. I napoletani hanno il proprio credo, i propri amori e la propria passione che fa saltare i ragionamenti razionali e che non si alimenta con la freddezza dei dati economici. Passando da un Masieniello ad un altro i partenopei hanno attraversato i secoli coscienti che innamorarsi di un idea, e di chi la porta avanti può portare ad essere traditi. Ma ogni volta i napoletani, con la stessa ingenuità e con la stessa forza, dimostrano di non arrendersi, di non perdere la passione, di continuare a credere che quella rivoluzione possa essere portata a termine per soddisfare l’eterna voglia di rivalsa. Oggi una città intera si sente tradita e contemporaneamente un intero popolo aspetterà, con devota speranza, l’arrivo del nuovo “comandante” di cui innamorarsi e dal quale farsi tradire.
