di Simonetta Ieppariello
Una coltellata al petto lo ha stroncato. Quel fendente lo ha ucciso, lui un giovanissimo di Miano che aveva fatto una scelta diversa da tanti ragazzi del Rione. 21 anni i suoi, 21 anni spesi per lavorare aiutando la madre in una ditta di pulizie e per diventare un calciatore. Lello voleva diventare un campione. Militava con successo nella serie cadetta. Con i piedi ci sapeva fare, con quel pallone che era il suo futuro. Tutto finito in una notte e le indagini, nonostante una confessione piena resa dal presunto assassino svelano particolari assai inquietanti. Particolari che rendono ancor più dolorosa questa morte assurda per sua madre, che chiede giustizia, per chi a Raffaele Perinelli voleva bene.
Morire a 21 anni
Morire a vent’anni senza un perché. Raffaele Perinelli aveva dimenticato la parola «dolore»: lasciandosi faticosamente dietro le spalle il passato, ma soprattutto l’uccisione del padre Giuseppe, fatto ammazzare alla Sanità dai clan Misso e Torino. Raffaele dalla camorra, da quel mondo di pistole, violenza, vendette e sangue. Ma quel che è successo sabato sera tra via Caprera e via Janfolla, quell’incontro fatale con il suo presunto assassino, non è un episodio casuale. L'antefatto, secondo i primi riscontri, andrebbe ricercato in quanto accaduto giorni prima dinanzi ad una discoteca.
Gli antefatti, la lite
Vittima e carnefice si conoscevano già. Erano residenti nella stessa zona, quartiere Miano. Una settimana fa - domenica notte per l’esattezza - entrambi, ciascuno con le rispettive comitive, si trovavano a Coroglio in un noto locale notturno. Come purtroppo accade ormai sovente, all’esterno della discoteca si scatena una lite tra giovani: tra i litiganti c’è anche Alfredo G.. Il calciatore avrebbe provato, senza nulla avere a che fare con quella rissa, i litiganti. Il presunto assassino un 31enne venditore ambulante lo avrebbe schiaffeggiato. Tutto sembrava esser finito. Ma, visto quanto accaduto, così non era.
La lite a Coroglio
Secondo quanto raccontato agli inquirenti dal 31enne, che nella notte tra sabato e domenica ha raggiunto la caserma dei Carabinieri di Casoria per costituirsi, la paura era tanta. Lo stesso 31enne avrebbe spiegato di portare un coltello per la paura di una reazione a quegli schiaffi. Particolari da accertare. La stessa madre della vittima, Adelaide, invoca collaborazione. La donna invita chi sa a parlare. Troppe zone buie da accertare in un racconto lungo giorni, che attraversa tensioni che sarebbero culminate sabato notte nella tragedia. I due si sarebbero incontrati, poi quella coltellata.
La confessione
Da quella sera Afredo G. sostiene di avere avuto paura per le possibili conseguenze di quel precedente. «Per questo sono uscito con il coltello, per difendermi. Ho distrutto la sua vita, ma anche la mia». Vittima e carnefice si sarebbero incrociati nel traffico Lello sulla moto, Afredo G. in auto. Forse saranno volate parole, qualche sguardo carico di ira fino alla lite e a quel coltello, che è stato puntato al cuore del ragazzo.
L'uccisione del padre
Raffaele Perinelli - 21 anni, incensurato - era stato portato via dal Rione Sanità molto tempo fa. Dopo l’uccisione del papà per mano della camorra sua madre aveva deciso di tornare a Miano, il quartiere d’origine. Raffaele era cresciuto bene: incensurato, aveva conseguito il diploma e coltivava la sua passione di sempre, quella per il calcio. L’ultima squadra nella quale aveva giocato era il Gragnano (ieri gli ex compagni gli hanno dedicato un commovente messaggio come anche quelli della Turris). «Era un talento avrebbe meritato un mondo migliore», dicono in tanti.
Il sogno del calcio
Da quando era piccolo giocava nel ruolo di terzino e sognava di fare il grande salto: da una squadra dilettantistica a una professionista. Aveva iniziato nelle giovanili del Sant’Agnello, due anni fa aveva militato nel Gragnano e poi nella Turris. Aspettava un nuovo contratto, ma si dava da fare lavorando con la madre nella ditta di pulizie.
Raffaele aveva perso il papà quindici anni prima (ucciso in un agguato di camorra nel 2003), ma non aveva seguito le orme paterne. Era un onesto lavoratore. Lo ripetono tutti.
«Voglio giustizia per mio figlio, era un bravo ragazzo»: non si dà pace la mamma, Adelaide Porzio. «Era un angelo».
