I segreti di Spal, Benevento e Crotone: ma a Salerno si può?

Investimenti sui giovani e programmazione in anticipo, ma anche serenità dell'ambiente

Salerno.  

La promozione in serie A del Crotone l'anno scorso e della Spal quest'anno e la conquista della finale play off ad opera dello straordinario Benevento di mister Baroni rappresentano un autentico spot per un calcio nel quale, ogni tanto, vige davvero il criterio di meritocrazia. Le tre società, pur non essendo accreditatissime alla vigilia, hanno dato una lezione di serietà, lungimiranza, coraggio e programmazione indovinando quasi tutte le mosse e regalando domeniche indimenticabili a tifoserie che, nel tempo, si sono innamorate del progetto riempendo lo stadio e costituendo un valore aggiunto soprattutto in termini di entusiasmo. A Salerno molte persone si interrogano: se club meno blasonati e con poco pubblico sugli spalti vivono un grande sogno, perchè qui non si può puntare direttamente alla serie A sapendo che un'eventuale lotta promozione richiamerebbe sui gradoni dell'Arechi non meno di 20mila persone a partita? Da un lato c'è chi punta il dito contro Lotito e Mezzaroma, rei di dedicare poco tempo alla Salernitana e di non investire quanto necessario (due tesi che in realtà cozzano con la realtà dei fatti), dall'altro chi invita tutti a ricordare che partire dalla D e ritrovarsi decimi in cadetteria dopo appena 5 anni non era dovuto, nè scontato e che i grandi progetti richiedono tempo e pazienza.

Certo, dal modello Spal-Benevento qualcosa si può imparare: giusto mix tra giovani ed esperti, cartellini dei giocatori acquistati a suon di euro, allenatore scelto in largo anticipo, presenza costante dei presidenti anche in trasferta. Se poi a gennaio, nonostante una classifica lusinghiera, investi 3-400mila euro per un attaccante come Floccari o per uno dei centrocampisti più forti in circolazione (Viola) significa che le intenzioni sono serie e che meriti il salto di categoria. Il Crotone, grossomodo, ha fatto la stessa cosa grazie alla simbiosi tra società e dirigenza: nessuna spesa folle, tanti giovani valorizzati nel tempo, ossatura di base rinforzata di anno in anno con 2-3 pedine di esperienza, rete di osservatori in giro per l'Italia e un forte settore giovanile. La salvezza di quest'anno non è un miracolo sportivo, ma il frutto del lavoro svolto negli anni precedenti: quale presidente avrebbe riconfermato un allenatore ultimo in classifica con 9 punti dopo il girone d'andata? Ciò detto, va aggiunta un'altra riflessione, forse la più importante: queste tre squadre hanno potuto contare su un ambiente sereno, trascinante e che non ha mai trasmesso pressioni, vivendo alla giornata, godendosi il momento senza pretendere nulla.

A Salerno un discorso del genere è fattibile? Eccezion fatta per lo zoccolo duro, che sarà sempre la forza della Salernitana, in città si respira costantemente un clima di malcontento, si cerca sempre di screditare il lavoro della società e bastano due pareggi consecutivi per chiedere l'esonero dell'allenatore o un immediato intervento sul mercato. Del resto non è un caso che tanti calciatori fortissimi falliscano a Salerno e si riscoprano talentuosi altrove. Sia chiaro: non stiamo dando la colpa ai tifosi, quelli veri e non quelli da tastiera che si improvvisano giornalisti-direttori sportivi-allenatori-presidenti-procuratori facendo i conti con le tasche degli altri, peccando di memoria corta e pronti a contestare anche il più facoltoso degli imprenditori. Le potenzialtà della piazza sono enormi, dopo la retrocessione del 1999 c'è stato un abnorme salto di maturità, la passione del pubblico è risultata decisiva per la grande scalata e l'Arechi, quando è pieno, può far vincere le partite da solo garantendo anche incassi importanti e da categoria superiore. C'è tutto per puntare alla serie A e la società ha il dovere almeno di provarci anche a costo di fare ulteriori sacrifici economici. Vi poniamo, però, un interrogativo: se Lotito, Mezzaroma e Fabiani avessero portato a Salerno Budimir, Ricci, Cordaz, Yao, Zigoni, Finotto, Meret, Ciciretti, Puscas, Chibsah e Venuti quanti abbonamenti sarebbero stati sottoscritti? Quanto tempo avrebbero dato loro per crescere e maturare? E' una piazza adatta per avviare un progetto non improntato sui nomi e i curriculum, ma sulle effettive potenzialità?

La verità, come sempre, sta nel mezzo: Lotito e Mezzaroma, pur ottenendo sempre gli obiettivi prefissati investendo tanto e con grande senso di responsabilità, in queste due stagioni di livello tecnico mediocre avrebbero forse potuto osare qualcosa in più evitando la querelle Inzaghi-Bielsa-Sannino o contratti troppo lunghi a gente non propriamente giovanissima. Allo stesso tempo, però, una parte della tifoseria (lo ribadiamo, non gli ultras, i gruppi organizzati e lo zoccolo duro) deve imparare ad aspettare, a non pretendere subito, a capire che una squadra di calcio è un'azienda e che, in tempi di crisi economica, fare il passo più lungo della gamba può essere deleterio. Dai modelli Crotone, Spal e Benevento devono imparare tutti: non solo Lotito e Mezzaroma...

Gaetano Ferraiuolo