Scappa o ti ammazzano i terroristi. Sono vivo per miracolo

Lavorava con il ministro. Era benestante e tranquillo. Poi un giorno suo padre...

«Mi disse devi partire subito, i terroristi vogliono ucciderti». La storia di Waheed, 33 anni, afgano. Oggi vive nello Sprar di Roccabascerana. E' un mediatore culturale e aiuta i rifugiati nello Sprar.

Lui è Waheed, un afgano di 33 anni. Storia singolare la sua. Da brividi. E' passato dal tutto a niente, dal paradiso all'inferno. Anzi, gli è andata anche bene. E' sopravvissuto, almeno.

«Al mio Paese avevo tutto. Qualunque cosa si potesse desiderare: soldi, auto, ragazze. Io e mio padre lavoravamo col Ministro degli interni e anche le mie sorelle avevano un importante ruolo nel Parlamento - racconta Waheed -. Per motivi di lavoro, eravamo spesso in Svezia. Certo, i viaggi erano all'ordine del giorno. Vita impegnativa, ma soddisfacente. Mi sentivo un uomo fortunato. Anzi, lo ero. Lo ero per davvero».

Già, un uomo fortunato. Beh, indubbiamente. Ma le certezze non sono di questo mondo, le sorprese, soprattutto le brutte sorprese, sono sempre in agguato. E l'Afganistan non è uno dei posti più tranquilli del mondo, si sa. Anzi.

«Il terrorismo è sempre stato parte rilevante del mio Paese - dice Waheed, con occhi pieni di tristezza - e io stavo per esserne la vittima. Proprio così. Sapevo di essere uno dei bersagli, del resto era evidente. Ero un uomo in vista, possedevo e sapevo cose che nessuno sapeva. Cose che volevano prendere con minacce e ricatti».

Per l'afgano è arrivato il momento di andarsene. Per sempre.

«Era un giorno del 2016, poco più di un anno fa. Giornata normale, apparentemente. Entro nell'ufficio di mio padre per controllare delle carte. Stesso posto, stesso orario, insomma solita routine. Ma a non essere lo tesso era il mio papà. Aveva una faccia cupa, spenta. Lui, che era sempre stato un gran chiacchierone, stranamente non aveva voglia di parlare. Più volte gli chiesi cosa avesse, infine si lasciò andare. Mi disse che dovevo andarmene immediatamente o sarei morto. Chiaro e tondo. Avevo afferrato il concetto».

Così, Waheed prende il necessario per sopravvivere durante il viaggio e decide di partire. Senza una meta precisa.

«Mi sentivo perso, un senzatetto. Ma poi, un'idea. Nel mio Paese si preparano barconi per gente che vuole fuggire dalla guerra. Direzione: Italia. Decisi di imbarcarmi, non avevo altra scelta».

La scelta migliore, ma pagata a caro prezzo.

«Il mio stato d'animo peggiorò su quella barca. Il viaggio è durato ben quattro giorni e le condizioni erano pessime (e pessime è un complimento). Novantasei ore senza acqua e cibo, senza dormire. Chi vomitava, chi aveva la nausea. Ma siamo stati graziati da Dio. La nostra è stata una delle poche barche che non si è rovesciata in mare, facendo morire tutti. Nonostante si pagasse per stare lì, al 70 per cento è un viaggio di sola andata - dice Waheed -. Paradossalmente, questo viaggio mi ha dato tanto. A livello di valori, dico. Sono venuto a conoscenza di un'altra faccia della medaglia. Beh, non esistono solo soldi e belle auto».

Arrivo degli immigrati a Bari. La speranza si riaccende.

«Finalmente toccavo la terraferma. L'avevo quasi dimenticata. Era bello vedere persone pronte ad accoglierci. Questo significava un nuovo inizio. Per me, per tutti. E' proprio vero, la speranza è l'ultima a morire. Io lo so perché l'ho provato sulla mia pelle».

«Ognuno di noi, tramite associazioni di volontariato, venne spedito in un posto differente dell'Italia. Io fui affidato alla Caritas di Benevento. Arrivato lì, vidi tanti altri nelle mie stesse condizioni. Triste, molto. Ma tra noi beneficiari e operatori è nato subito un grande affetto. Si è formata una grande famiglia - racconta -. Non ci facevano mancare nulla. Dal cibo ai vestiti. Ma la cosa più gratificante è stata l'integrazione. Integrazione resa possibile anche grazie alle tre ore di scuola al giorno. Apprendevamo l'italiano ma per me era solo un corso di perfezionamento. Il mio lavoro passato mi aveva permesso di masticare un bel po' di lingue straniere», conferma. Conoscenza che ha permesso un salto di qualità.

«In poco tempo, sono passato da beneficiario a mediatore culturale. Il mio precedente lavoro mi ha aiutato in qualcosa, almeno. Ad oggi, sono soddisfatto. Anche se spesso, devo tradurre ed interpretare storie tristi. Storie di immigrati come me. Ma sono felice di stare accanto a loro e confortarli, strappar loro un sorriso. Certo, non è il massimo passare da un impiego con il ministro degli interni a mediatore culturale. Non rimpiango nulla. Forse, avrei voluto soltanto stare un po' di più col mio papà, morto di cancro poco tempo dopo la mia fuga. Ma adesso mi sento al sicuro. Per davvero».

Mariagrazia Mancuso*

*Una delle ragazze del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro