di Luciano Trapanese
Le sette vite del governatore De Luca. Spesso in bilico per vicende giudiziarie, impegnato in un furioso braccio di ferro contro la legge Severino e in guerra aperta, e senza esclusione di colpi, con esponenti del suo stesso partito (vedi il presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi), che troppo frettolosamente lo hanno catalogato come “impresentabile”, l'ex sindaco di Salerno è sempre uscito, da situazioni all'apparenza disperate, a testa alta e petto in fuori, sventolando verdetti di assoluzione (con qualche prescrizione).
L'ultimo venerdì sera, con l'assoluzione dall'accusa di falso e abuso d'ufficio per il Crescent (la discussa costruzione e mezzaluna con annessa piazza sul lungomare di Salerno). Una sentenza non scontata, anzi. In tanti avevano pronosticato una “condanna sicura”. Con conseguenze politiche inevitabili e dirompenti: l'addio alla presidenza della Regione (legge Severino). Era già partito il dopo De Luca. Con i 5Stelle e De Magistris in prima fila, a caccia dei consensi in libera uscita sia del governatore sia di un Pd, quello campano, che senza il vulcanico presidente di Palazzo Santa Lucia, rischia l'irrilevanza. Anche l'attività della Regione ha risentito dell'attesa. In molti hanno preso le distanze da De Luca, fiutando aria di condanna. Hanno sbagliato. Ora è tutto come prima. O forse no. Di certo il governatore è saldo in sella e con un futuro politico ancora da giocare.
In queste settimane De Luca ha incarnato l'altra faccia del Partito democratico. O meglio, l'altra risposta alla propaganda leghista. Ha manifestato la sua insofferenza per un Pd che ignora le istanze di sicurezza degli italiani e l'approccio troppo morbido all'immigrazione. Ha ritenuto inefficaci le risposte del partito all'emergenza giovani, ricordando come tutti avessero ridacchiato quando aveva proposto l'assunzione di 200mila giovani meridionali nella pubblica amministrazione. Proposta ora ribadita – senza far ridere nessuno – dalla Lega di Salvini.
Si può essere o meno d'accordo con il governatore, ma nel Pd è uno dei pochi ad avere idee chiare, a fornire una narrazione popolare e non populista, e comunque coerente, soprattutto con la sua storia (sindaco sceriffo).
De Luca – come detto – è abituato alle battaglie giudiziarie. Le ha sempre vinte. A partire dal sei luglio del 2010, quando venne dichiarata la prescrizione nel processo per lo sversamento dei rifiuti nel sito di Ostaglio, vicenda che risale al 2001 (l'ex sindaco ha sempre dichiarato di aver rinunciato alla prescrizione, che è stata invece scelta dai giudici).
Il 29 settembre del 2016, De Luca è stato assolto perché il fatto non sussiste nel maxi processo Sea Park (per fatti del 1998). Le accuse nei confronti degli indagati erano, a vario titolo, di corruzione, truffa aggravata, falso, concussione.
L'undici dicembre del 2013, Vincenzo De Luca viene assolto dal reato di truffa ai danni dello Stato e falso, per la delocalizzazione delle Manifatture Cotoniere Meridionali.
Il 17 dicembre 2010, l'ex sindaco di Salerno viene prosciolto dall'accusa di associazione a delinquere e falso, per la costruzione di una centrale elettrica sui suoli dell'ex Ideal Standard.
Il 21 gennaio del 2015 De Luca viene assolto dall'accusa di peculato per la costruzione del termovalorizzatore di Salerno. Il piemme aveva chiesto una condanna a tre anni. Anche l'Appello e la Cassazione confermano la sentenza.
Il 20 febbraio 2016 il gip dispone l'archiviazione dell'inchiesta, a carico di De Luca e altri, per una variante urbanistica.
Il 10 novembre del 2015, Vincenzo De Luca, è indagato per induzione indebita (avrebbe indirizzato l'accoglimento di un suo ricorso contro la legge Severino). Nel giugno dell'anno successivo viene chiesta l'archiviazione del caso.
Due giorni fa, il Crescent.
Una scia interminabile di processi e conseguenti assoluzioni, proscioglimenti, archiviazioni e qualche prescrizione. C'è da dire che in tutti i procedimenti contro De Luca, mai si è parlato di “mazzette” o comunque di benefici diretti all'ex sindaco. Quasi sempre i reati ipotizzati sono scaturiti da “forzature” amministrative, da atti che avrebbero aggirato le regole per accelerare delle procedure. Che in fondo è stata quasi sempre la sua linea difensiva e un suo antico mantra: la sburocratizzazione.
Dopo l'ultimo verdetto il governatore è ancora lì, sul trono di Palazzo Santa Lucia, a guardare dall'alto in basso chi aveva già partecipato al suo funerale politico.
