Dal sogno di Di Nunno della città giardino all’incubo perenne della città cantiere. Due decenni per ridurre una visione in polvere. Una ambizione, in ingorgo costante. Una città, Avellino, in un labirinto senza uscita. Senza neppure quella sensazione comunque positiva che accompagna la vista di cantieri pubblici, quel “stiamo lavorando per voi”, che prelude a vantaggi per tutti nell’immediato futuro. Da Galasso a Foti la gestione di queste opere è stata a dir poco superficiale. Varianti continue, progetti modificati, ditte fallite, ritardi ed errori amministrativi e la conseguenza attuale: nessun cronoprogramma rispettato e tutti i cantieri aperti quasi in contemporanea. Risultato: città off limits per i suoi stessi abitanti e non si sa fino a quando. Ricapitoliamo: lavori per la Bonatti (nei pressi della città ospedaliera), nel famigerato tunnel, in piazza Libertà, su piazza Duomo, oltre al rebus giudiziario che blocca piazza Castello. Una concentrazione di opere ingestibile per una città di medie proporzioni, immaginate per Avellino. Dal comune non è arrivato in questi mesi uno straccio di strategia. Si è atteso l’inevitabile, quasi con rassegnazione. Senza un piano, un progetto, senza neppure una comunicazione pubblica rassicurante. Del tipo: sei mesi di sacrificio, poi avrete una città più bella. Niente di niente. Forse perchè nessuno è sicuro di nulla. Nè dei tempi e neppure della “città più bella”. Si naviga a vista, alla meno peggio. Ma Avellino avrebbe bisogno di altro. Di un protagonismo perso da anni. Di una centralità ormai dimenticata. Dalla città giardino al nulla. In un eterno post terremoto, senza prospettive e senza ambizioni.
Luciano Trapanese
