C’è una frase latina che nei tribunali vale più di mille slogan: “iuxta alligata et probata”, secondo quanto allegato e provato. E allora atteniamoci ai fatti, senza propaganda, senza conferenze stampa, senza i video social con le inaugurazioni e i sorrisi di circostanza.
In Avellino e in tutta l’Irpinia, oggi, una persona che deve sottoporsi a una risonanza magnetica tramite il servizio sanitario pubblico si sente rispondere che l’esame potrà essere effettuato tra sei mesi. Sei mesi. Non stiamo parlando di un controllo estetico o di un raffreddore stagionale. Una risonanza magnetica viene prescritta quando esiste un sospetto clinico serio: patologie neurologiche, oncologiche, vertebrali, traumi, dolori persistenti, problematiche degenerative.
Poi però accade il miracolo italiano: se il paziente tira fuori 150 euro, spesso anche di più, la stessa prestazione diventa disponibile nel giro di poche ore presso una struttura privata. E allora la domanda è brutale ma inevitabile: la malattia ha tempi diversi a seconda del reddito?
Il dolore può attendere
Ma il capolavoro della sanità pubblica irpina arriva con la terapia del dolore. Qui non si presentano persone annoiate o ipocondriache. Arrivano malati oncologici, pazienti cronici, persone devastate da nevralgie, patologie degenerative, sofferenze quotidiane che rendono persino alzarsi dal letto un’impresa.
Ebbene, all’Azienda Ospedaliera San Giuseppe Moscati, presentandosi oggi, giugno 2026, la prima disponibilità utile arriva a marzo 2027. Nove mesi. Novanta giorni sarebbero già scandalosi. Nove mesi appartengono invece al territorio dell’umiliazione sanitaria. Il messaggio implicito è devastante: continui pure a soffrire. Con calma. Ci rivediamo l’anno prossimo.
I tempi che la sanità dovrebbe garantire
Eppure i protocolli esistono. Le classi di priorità fissate dal Servizio sanitario nazionale stabiliscono criteri precisi. Le prestazioni classificate come urgenti dovrebbero essere erogate entro 72 ore. Quelle brevi entro dieci giorni. Le visite differibili entro trenta giorni, gli esami diagnostici entro sessanta.
Sessanta giorni, non sei mesi.
Per la terapia del dolore, inoltre, le linee guida nazionali e regionali prevedono percorsi accelerati per i pazienti oncologici e cronici, proprio perché il dolore persistente non è un fastidio amministrativo ma una condizione clinica che distrugge la qualità della vita e aggrava il quadro sanitario. Invece in Irpinia accade l’opposto: il tempo burocratico schiaccia il tempo biologico della malattia.
La bugia delle liste d’attesa ridotte
Per anni la Regione Campania ha raccontato una sanità campana in ripresa, sostenendo che le liste d’attesa si sarebbero progressivamente ridotte. Oggi quella narrazione si infrange contro la realtà raccontata dai pazienti. Soprattutto da chi ha affrontato un tumore. Perché dietro le statistiche ci sono persone costrette a scegliere tra due drammi: aspettare mesi rischiando l’aggravarsi della malattia oppure affrontare viaggi estenuanti di tre ore verso altre province o altre regioni pur di ottenere una prenotazione in tempi umani.
È questa la vera fotografia della sanità pubblica: pazienti oncologici trasformati in pendolari della speranza.
E mentre la politica inaugura padiglioni e celebra numeri, c’è un popolo silenzioso che aspetta. Aspetta una diagnosi. Aspetta una visita. Aspetta di soffrire un po’ meno. Il punto è che il dolore non aspetta i bilanci regionali, non aspetta i decreti, non aspetta le campagne elettorali. Il dolore consuma subito.
E uno Stato che lascia nove mesi un malato in attesa di terapia del dolore non è semplicemente inefficiente. È uno Stato che ha smesso di considerare la sofferenza una priorità pubblica.
