di elleti
Ieri la notizia dell'ennesima casa chiusa scoperta ad Avellino. E della 37enne dominicana che ha lasciato tanti cuori infranti. Poi la sorpresa: sui social, nelle nostre mail. Un numero rilevante di post. Tutti particolarmente tolleranti. «Ma lasciateli stare», «Non c'è niente di male, arrestate i criminali», «In fondo è solo sesso», «Meglio a casa che per strada». Tra gli autori dei post, molte donne. In genere particolarmente dure sulla prostituzione e su quanti sfruttano il corpo femminile per fare soldi. Ebbene in tante, sulla questione, si sono allineate alla posizione dei maschi. Ci spieghiamo: nessuna condanna per la signora dominicana, parole di biasimo per i clienti, ma in fondo, e questo è il punto cruciale del loro ragionamento, se proprio non si riesce a mettere fine al «mestiere più antico del mondo», che almeno lo si facesse in sicurezza e tra le mura di un appartamento.
A quasi 60 anni dall'approvazione della legge Merlin (1958), che ha chiuso la stagione delle case di tolleranza, si è passati dall'intransigenza contro qualsiasi apertura degli anni '70 e '80, all'assenza di un dibattito nei '90, dalle timide proposte di rivedere quella legge dei primi anni del nuovo millennio, a una visione più pragmatica, che è quella che si sta affermando in questi ultimi anni. Un po' come sta accadendo con la marijuana: se proprio non si può frenare la diffusione, tanto meglio chiudere il mercato ai criminali e trasformare il piacere a pagamento e le droghe leggere in introiti per lo Stato. Ovvero, il modello olandese.
I numeri del resto sono chiari. Le case chiuse in Irpinia sono una costante. Per una che si scopre almeno dieci iniziano l'attività. Nella sola Salerno sono state registrate almeno 300 appartamenti a luci rosse. Immaginate Napoli. Senza dimenticare analogo business a Caserta e Benevento.
Eppure, nonostante questo vorticoso “affare domestico”, le ragazze costrette a prostituirsi per strada sono ancora tante. Basta farsi un giro sulla Litoranea, sulla Domiziana, in alcuni quartieri dell'hinterland napoletano. Giovanissime sfruttate, picchiate, ricattate («se non ti prostituisci ammazziamo i tuoi familiari»), a volte uccise. Come Alina e Mariana, le due ragazze dell'Est massacrate a Salerno quest'anno.
Ma non solo. I comuni, le forze dell'ordine, hanno fatto di tutto per mettere fine a questo mercato. Controlli notturni, multe salatissime per i clienti, pattugliamenti continui. Niente da fare. Le lucciole restano lì. Insieme ai tanti assidui frequentatori.
Bisogna ricordare comunque, che la prostituzione in se non è considerata reato. Il reato vero riguarda lo sfruttamento della prostituzione. E che quindi, autorizzare delle donne per organizzarsi e vendere piacere (con conseguente pagamento delle tasse), non comporterebbe uno stravolgimento così radicale per la nostra legislazione in materia. Ma la allineerebbe a quella di molti Paesi europei (Svizzera, Germania, Olanda, Austria e Grecia).
Quello che è cambiato è il clima. Scrivere queste cose negli anni '70 avrebbe comportato la reazione durissima dell'opinione pubblica e l'appellativo (allora molto in voga), di «fascisti che odiano le donne». Oggi semplicemente se ne può parlare. C'è chi resta contrario per principio (il corpo delle donne non si vende), chi ritiene che la legalizzazione tolga dalle mani della criminalità tante ragazze, e chi sostiene che sarebbe un'altra occasione per rimpinguare le misere casse dello Stato.
