Sono stati necessari dieci giorni al comune di Avellino per intervenire dopo il disastroso incendio che ha distrutto un deposito auto a Pianodardine e provocato una densa nube di fumo nero, probabilmente inquinante. Dieci lunghi giorni di silenzi, ritardi, assenze – da noi sottolineati in un articolo di due giorni fa -, prima di arrivare a una ordinanza (nella fotogallery). Quella emessa oggi e che vieta, in un raggio di 500 metri dal luogo del rogo (nel territorio ricadente nel comune di Avellino), «la raccolta, la vendita e il consumo di prodotti vegetali e frutta provenienti da quella zona». E non solo: «E' fatto divieto assoluto anche di utilizzo delle acque dei pozzi di quella zona, oltre che dei pascoli».
Un atto dovuto. Evidentemente. Ma perché dopo dieci giorni? Perché aspettare prima la pubblicazione di un articolo estremamente critico su un sito di informazione (il nostro)? Perché agire solo in risposta alle preoccupate segnalazioni dei residenti?
Oltretutto la fase più critica dovrebbe essere passata. Nel frattempo, in questi dieci giorni, cosa hanno mangiato e bevuto i residenti di quella zona? Diossina e altre schifezze cancerogene? Chissà, forse non lo sapremo. O lo sapremo tardi. Eppure non era difficile. C'è un grosso incendio, una nube acre, nera, fetida, carica di polveri che si depositano sul suolo. Non era difficile intervenire subito. E del resto, gli amministratori del vicino comune di Atripalda non hanno atteso tempo. L'ordinanza è partita subito. Evidentemente neppure l'esempio è bastato. Oppure, come al solito, non si ritiene borgo Ferrovia parte del capoluogo? L'Isochimica insegna. Dopo decenni di omissioni solo ieri è arrivata la prima vera risposta della giustizia, con il rinvio a giudizio degli imputati. Sindaci compresi.
Ma proprio quella drammatica esperienza non avrebbe dovuto suggerire una attenzione maggiore agli amministratori avellinesi? Le lezioni non bastano. Sappiamo che non c'è malafede (e ci mancherebbe), ma una superficialità che a volte ha effetti anche peggiori.
Una sottovalutazione dei problemi che è davvero sconcertante. Soprattutto in vista delle sfide complesse che la città è chiamata ad affrontare.
Questi dieci giorni di silenzio raccontano più delle beghe in consiglio comunale, del bilancio raffazzonato e votato alla bell'e meglio, delle laceranti divisioni del Pd, del vuoto esibizionismo di esponenti democrat che si sono allegramente tatuati in fronte «via Foti». E' il segno di una città allo sbando. Stremata. Che non riesce a vedere il suo futuro. Tutta colpa di una nube nera e tossica, questa solo virtuale, che ha consegnato il comune nelle mani sbagliate. Il vero dramma è che anche chi critica, chi si oppone (nel palazzo), non assicura la certezza che il vento cambierà, spazzando via quel nuvolone che impedisce anche solo di scrutare un futuro possibile.
di Luciano Trapanese
