di Simonetta Ieppariello
Storie di ordinaria disperazione. Un cartone per materasso e un trolley accanto per raccogliere le sue cose. Si è arrangiato così. Alla meno peggio. Chissà chi è. Chissà da dove viene. E' solo l'ultimo spettro di una realtà che diventa giorno dopo giorno sempre più visibile, tra il malcontento collettivo. Chissà chi è se lo chiede Rossella Bove, una cittadina come tante, che passeggiando con le sue figlie per le strade della città incontra volti e corpi di disperati. «Che sia un profugo o un italiano indigna vedere persone costrette ad arrivare a tanto». Il dibattito su una città accusata di razzismo dal suo stesso sindaco occupa le pagine della cronaca cittadina, ma a rifletterci è proprio questo scatto a mostrare molto altro ancora. «Chi amministra ha il dovere di fare qualcosa - spiega Bove -. Non si può pensare che una persona perda non solo la casa o non sia in possesso di nulla, ma addirittura perda la dignità dormendo in un parco, così buttato come una cosa in terra. Questo è razzismo, lasciarli disperati». A pensarci, quello che manca forse è proprio un sistema di accoglienza dignitoso. Fino ad oggi abbiamo assistito solo al degrado dell'accoglienza, fatto di stalli. Stalli di persone, che per mesi, forse da anni restano in un luogo no facendone parte, restando talmente ai margini da non volerne vedere neanche la presenza. Le parole di un sindaco che volevano funzionare da monito hanno avuto esattamente l'effetto contrario. La rivolta e la sterile polemica rivolta all'effetto di un sistema di accoglienza che, di fatto, proprio non funziona. Anzi. Senza contare il caos dei beni pubblici, proprio come questo parco, abbandonati a se stessi e che diventano comodo ricovero per disperati. Un altro spunto per una nuovo polemica. Nei mesi scorsi proprio in quel parco ci sono stati episodi diversi. Pieno centro, eppure casi di cronaca da periferia. Dal caso della coppia di anziani scoperti a fare sesso sulla panchina, fino ad arrivare al barbone che si era creato una casa nella struttura che da anni ci attendiamo nasca un bar, fino ad arrivare ai tossicodipendenti che vanno proprio lì a bucarsi tra i bimbi che giocano su giostre malconce. Beh, credetemi, non sono tutti profughi le persone di cui in queste ultime righe vi ho parlato. Eppure anche in tutti questi casi eravamo indignati, ma forse qualcuno un pò meno. Allora la domanda resta una, ma Avellino è o non è una città razzista?
