Lettere al Garante, 1.400 storie dal carcere: il libro di Ciambriello

Diritti negati, sovraffollamento, salute e legami familiari: otto anni di corrispondenza

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Avellino.  

Circa 1.400 lettere, otto anni di corrispondenza e altrettante testimonianze di sofferenza, richieste di aiuto e speranze. Sono le storie raccolte nel volume «Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze», presentato questa mattina al Circolo della Stampa di Avellino da Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale.

Pubblicato nel 2026 da IOD Edizioni, nella collana Cronisti scalzi, il libro dà voce direttamente a chi vive la realtà della detenzione, portando all'esterno problemi e condizioni spesso lontani dall'attenzione pubblica. L'iniziativa è stata promossa dal Garante provinciale Carlo Mele, in collaborazione con la Diocesi di Avellino.

Le lettere affrontano temi cruciali della vita carceraria: violenze e maltrattamenti, sovraffollamento, mancanza di dignità, diritto alla salute, territorialità della pena, rapporti familiari, ritardi della magistratura di sorveglianza, solitudine e rischio suicidario. Ampio spazio è dedicato anche alla genitorialità e alle difficoltà dei detenuti nel mantenere un rapporto con i propri figli.

Un lavoro che segue, a quattro anni di distanza, il precedente volume di Ciambriello, «Carcere – Idee, proposte e riflessioni», ma che questa volta sceglie di mettere al centro soprattutto le parole e le esperienze delle persone recluse. Il principio che attraversa il libro è racchiuso in una frase: «Chi sbaglia non deve pagare, deve cambiare».

Il carcere raccontato da chi lo vive

Al confronto sono intervenuti Antonio De Feo, referente del volontariato in carcere della Diocesi di Avellino, padre Marco Masi, cappellano, Fabio Benigni, presidente dell'Ordine degli avvocati di Avellino, Samuela Scardino, vice direttrice della casa circondariale di Bellizzi Irpino, e Carlo Mele.

Ciambriello ha ripercorso anche il proprio impegno nel mondo penitenziario, iniziato quarant'anni fa nell'istituto minorile di Airola, allora definito «prigione scuola», e proseguito attraverso l'attività di volontariato nelle carceri di Bellizzi Irpino e Poggioreale.

Dalle testimonianze raccolte emerge una domanda di diritti fondamentali: poter scontare la pena vicino alla propria famiglia, ricevere cure adeguate, avere la possibilità di parlare con i magistrati di sorveglianza e vivere in celle dignitose.

A testimoniare la portata del problema sono anche i dati citati dal Garante: «L'anno scorso, in tutta Italia, 6.504 detenuti hanno ricevuto giornate di libertà o un incentivo economico come risarcimento per aver subito trattamenti inumani e degradanti».

«Presentare il mio libro significa gettare un ponte levatoio tra il "dentro" e il "fuori"», ha sottolineato Ciambriello, rilanciando una riflessione sul ruolo stesso degli istituti penitenziari: «Le nostre carceri per adulti e minorili servono davvero a cambiare le persone?».

Sanità penitenziaria, il confronto con l'Asl di Avellino

Tra le questioni più urgenti affrontate durante l'incontro c'è quella dell'assistenza sanitaria nelle carceri. Ciambriello ha annunciato che l'11 novembre incontrerà, insieme al Garante provinciale Carlo Mele, il dirigente dell'Asl di Avellino. Un confronto che segue quelli già avuti con i direttori delle aziende sanitarie di Caserta e Napoli.

«Ormai da 18 anni la sanità penitenziaria è appannaggio delle Asl», ha ricordato il Garante, evidenziando le criticità presenti sul territorio irpino, soprattutto per quanto riguarda le persone con dipendenze e i detenuti con patologie psichiatriche.

Bellizzi Irpino e Lauro, il dramma dei legami familiari

Per quanto riguarda gli istituti penitenziari irpini di Bellizzi Irpino e Lauro, dalle segnalazioni raccolte emerge soprattutto il problema della genitorialità e della distanza dagli affetti.

A Bellizzi Irpino sono arrivate richieste di ricongiungimento familiare, anche da parte di detenuti che hanno figli con disabilità e chiedono di poter essere più vicini alle proprie famiglie.

A Lauro, invece, diverse detenute provenienti da altre regioni manifestano il desiderio di tornare nei territori d'origine. Una possibilità spesso difficile da concretizzare, anche per la mancanza, nelle rispettive regioni, di strutture a custodia attenuata destinate alle madri detenute.

Tra le lettere femminili raccolte nel volume, alcune richieste restituiscono tutta la dimensione umana della detenzione: «Vorrei solo poter incontrare mio padre che è malato, vorrei solo poter tornare nella mia regione».