I dati diffusi dall'Inps confermano un cambio di passo del mercato del lavoro nel Mezzogiorno. Nei primi tre mesi del 2026 il Sud ha registrato circa 100 mila nuovi occupati, con quasi il 30% dell'incremento occupazionale nazionale concentrato nelle regioni meridionali. Inoltre, oltre il 75% dei nuovi rapporti di lavoro attivati nel Mezzogiorno è a tempo indeterminato, segno di una crescita sempre più orientata alla stabilità occupazionale.
Questa dinamica trova riscontro anche nella provincia di Avellino, dove gli ultimi dati del Rendiconto Sociale INPS evidenziano un miglioramento degli indicatori del lavoro. Nel 2024 gli occupati hanno raggiunto quota 146 mila e il tasso di occupazione è salito al 54,6%, superiore alla media regionale campana (45,4%), confermando la capacità del territorio di reagire alle difficoltà economiche e di valorizzare il proprio tessuto produttivo.
Tuttavia, accanto ai segnali positivi, resta aperta la questione dei giovani. Il Mezzogiorno continua infatti a concentrare circa il 60% dei Neet italiani, una condizione che impone un ulteriore rafforzamento delle politiche attive del lavoro, dell'orientamento, della formazione e del collegamento tra scuola, università e sistema produttivo.
Nel Mezzogiorno, in Campania e nella provincia di Avellino, emerge però una dinamica che merita una riflessione più preoccupata e strutturale, quella della persistente emigrazione giovanile. Nonostante alcuni indicatori occupazionali mostrino miglioramenti, il Sud continua a perdere una parte significativa delle proprie energie migliori, costituite da laureati, diplomati e giovani qualificati che scelgono di trasferirsi verso il Centro-Nord o all’estero alla ricerca di opportunità più stabili e coerenti con i propri percorsi formativi.
Questo fenomeno assume un rilievo ancora più critico in Campania e, in particolare, nell’Irpinia, dove la fragilità del tessuto produttivo, la ridotta capacità di assorbimento di lavoro qualificato e la carenza di infrastrutture moderne finiscono per alimentare un circolo vizioso, meno opportunità locali significano più partenze, e più partenze indeboliscono ulteriormente le possibilità di sviluppo del territorio. Anche quando si registrano segnali positivi sul piano occupazionale, resta infatti evidente il rischio di uno “svuotamento” generazionale delle aree interne, con effetti demografici, economici e sociali di lungo periodo.
Il dato sui Neet, che nel Mezzogiorno resta particolarmente elevato, conferma inoltre la presenza di un problema strutturale, non basta creare occupazione, occorre garantire che essa sia accessibile, stabile e soprattutto coerente con le competenze dei giovani. In questo senso, le politiche dei governi appaiono ancora insufficienti sia a livello nazionale sia regionale. Gli interventi risultano spesso frammentati, poco coordinati e incapaci di incidere davvero sui nodi strutturali. Scontiamo come territorio la scarsa integrazione tra formazione e impresa, la debolezza delle politiche attive del lavoro e l’assenza di una strategia organica per le aree interne.
In particolare, le politiche della Regione Campania e del Governo nazionale non sembrano ancora in grado di invertire stabilmente la tendenza allo spopolamento giovanile, limitandosi troppo spesso a misure di breve periodo o a interventi emergenziali, senza una visione di lungo respiro centrata sulla permanenza dei giovani nei territori di origine. Per contrastare in modo efficace questo fenomeno sarebbe necessario un cambio di paradigma, basato su alcune linee di intervento prioritarie:
Piano straordinario per il lavoro giovanile nelle aree interne, con incentivi fiscali e contributivi per le imprese che assumono under 35 a tempo indeterminato nei territori come l’Irpinia e il Sannio.
Rafforzamento dei legami tra scuola, università e imprese, attraverso percorsi di formazione duale, apprendistato qualificato e tirocini realmente finalizzati all’assunzione. Politiche di rientro dei talenti, con incentivi economici e semplificazioni burocratiche per chi decide di tornare a lavorare nel Sud dopo esperienze fuori regione o all’estero.
Investimenti infrastrutturali e digitali, per ridurre l’isolamento delle aree interne e rendere possibile anche il lavoro da remoto e le nuove forme di occupazione legate all’economia digitale. Strategie di sviluppo territoriale integrate, che valorizzino filiere locali (agroalimentare, turismo, green economy, manifattura leggera) creando ecosistemi produttivi stabili.
Solo una combinazione di queste politiche, coerente e continuativa nel tempo, può interrompere il flusso migratorio giovanile e trasformare l’attuale fase di ripresa occupazionale in un processo duraturo di sviluppo. In caso contrario, il rischio è che anche i segnali positivi registrati oggi si traducano semplicemente in una crescita “a perdere”, incapace di trattenere le nuove generazioni nei territori che più avrebbero bisogno della loro energia e competenza.
“Il lavoro stabile rappresenta il principale strumento di crescita economica, coesione sociale e contrasto allo spopolamento delle aree interne”.
