L’Irpinia non è una terra povera d’acqua. È una terra che da più di un secolo mette la propria acqua a disposizione di altri territori e che, nel frattempo, non è riuscita a trasformare quella ricchezza naturale in sicurezza, investimenti, infrastrutture moderne e potere sulle scelte che la riguardano. È questo il punto da cui bisogna partire per leggere le domande della Corte dei conti sul sistema idrico della Campania. Tutto il resto viene dopo.
Le sorgenti storiche che alimentano Acquedotto Pugliese sono a Caposele, Cassano Irpino e Montella, tutte in provincia di Avellino. La sola sorgente Sanità di Caposele ha una portata indicata da Aqp in circa quattromila litri al secondo. Il complesso sorgentizio di Cassano e Montella arriva a circa duemilacinquecento. Da qui l’acqua attraversa gli Appennini e raggiunge la Puglia, garantendo da generazioni l’approvvigionamento di milioni di cittadini.
Non c’è nulla di scandaloso nella solidarietà tra territori. Sarebbe irresponsabile trasformare l’acqua in una bandiera di guerra tra campani e pugliesi. Il problema è un altro: una terra che mette a disposizione una risorsa così strategica non può essere condannata a convivere con reti fragili, interruzioni dell’erogazione, società indebitate, ristori contestati e un sistema di governo del servizio che ancora oggi costringe la magistratura contabile a chiedere chi gestisce cosa, a quale titolo, con quali costi e sulla base di quali programmi.
Chiamarlo saccheggio dell’Irpinia è un giudizio politico, non un’accusa penale. Significa denunciare un modello nel quale il valore parte dal territorio mentre troppo poco valore ritorna sotto forma di infrastrutture, sicurezza, compensazioni e capacità decisionale. Ed è proprio questo squilibrio che la politica non può più fingere di non vedere.
Una terra d’acqua che resta con i rubinetti a rischio
Il paradosso è difficile da spiegare ai cittadini. Mentre l’acqua irpina alimenta sistemi acquedottistici esterni alla provincia, il sito di Alto Calore Servizi ha continuato a registrare anche nell’estate 2026 sospensioni, riduzioni dell’erogazione, guasti e difficoltà di approvvigionamento in diversi Comuni.
È il simbolo di una contraddizione che dura da troppo tempo. Il problema non è che l’acqua vada fuori dall’Irpinia. Il problema è che l’Irpinia non abbia ricevuto in cambio un sistema idrico all’altezza della ricchezza che custodisce.
Se un territorio dona acqua e nello stesso tempo deve discutere ogni estate di chiusure notturne, serbatoi in sofferenza e reti da riparare, allora qualcosa nel patto tra istituzioni e comunità si è rotto. E non da ieri.
La relazione della Corte dei conti ha il merito di togliere alibi. Non pronuncia condanne e non attribuisce responsabilità personali. Formula domande. Ma alcune domande sono più severe di molte sentenze politiche, perché mostrano quanto siano ancora incerti persino i fondamentali del sistema.
Un piano del 1968 per governare l’acqua del 2026
Il dato più impressionante è forse quello apparentemente più burocratico. Il Piano regionale degli acquedotti vigente in Campania risale al 1968.
Millenovecentosessantotto.
Sono cambiate le città, la popolazione, i consumi, il clima, le tecnologie, i costi energetici, le esigenze industriali e agricole. Sono cambiati perfino i confini amministrativi e gli enti che governano il servizio. Eppure uno degli strumenti fondamentali della pianificazione dell’acqua continua ad avere le radici in un’altra epoca.
Nel 2015 la Regione Campania ha recepito uno «strumento direttore» elaborato da Sogesid, collegato a un progetto di aggiornamento che non era mai arrivato alla definitiva approvazione. La Corte chiede quale sia oggi il suo effettivo valore e se la Regione intenda finalmente adottare un Piano regionale degli acquedotti aggiornato.
La questione non è formale. Senza una fotografia moderna delle fonti, delle portate, delle condotte, delle perdite, dei fabbisogni e dei trasferimenti non esiste una vera politica dell’acqua. Esiste soltanto la gestione dell’emergenza.
Ed è esattamente così che per decenni si è consumata una parte del patrimonio dell’Irpinia: non necessariamente attraverso una decisione esplicita contro il territorio, ma attraverso l’assenza di una strategia capace di attribuire un valore economico, ambientale e politico alla risorsa che da qui viene prelevata.
I ristori e quei dieci milioni che devono essere spiegati
Nel capitolo irpino la Corte pone una questione che non può essere liquidata come una disputa contabile. Alto Calore Servizi avrebbe contestato una riduzione dei ristori idrici e ambientali per un valore superiore ai dieci milioni di euro rispetto agli importi precedentemente concordati con Regione Campania e Regione Puglia.
Attenzione alle parole. La Corte non certifica che quei dieci milioni siano stati sottratti illegittimamente. Riferisce la posizione di Alto Calore e chiede di chiarire gli accordi, la durata degli approvvigionamenti effettuati in assenza dei ristori, il contenzioso eventualmente aperto e i termini di possibili intese transattive.
Ma proprio per questo la politica ha l’obbligo di rispondere fino all’ultimo euro.
Perché se un territorio trasferisce acqua fuori dai propri confini mentre il suo gestore attraversa una crisi finanziaria drammatica, la questione dei ristori non può rimanere sepolta tra uffici, convenzioni e carte bollate. Bisogna sapere quanto doveva arrivare all’Irpinia, quanto è arrivato realmente, quanto manca, perché manca e chi avrebbe dovuto pretenderlo.
Non è campanilismo. È tutela del patrimonio pubblico.
La solidarietà interregionale è un valore, ma non può diventare unilateralità. Chi mette a disposizione una risorsa strategica deve ottenere compensazioni trasparenti, investimenti sul territorio e garanzie ambientali. Altrimenti non c’è solidarietà, c’è un rapporto estrattivo.
Alto Calore, il prezzo della cattiva gestione
Poi c’è Alto Calore Servizi. Ed è qui che ogni tentativo di semplificare la storia indicando un solo colpevole diventa comodo quanto falso.
La società pubblica che gestisce il servizio in gran parte dell’Irpinia ha attraversato una crisi finanziaria gravissima ed è arrivata al concordato preventivo. La Corte chiede informazioni aggiornate sulla situazione economica e giuridica, sulle criticità successive all’omologazione, sull’aumento del già significativo debito post concordatario e sull'incidenza di queste difficoltà sulla gestione del servizio.
Nel documento viene richiamata anche una richiesta di fallimento avanzata da Hera Comm per ulteriori consumi non pagati e viene chiesto di fare luce sulla gestione del personale.
Non serve essere sostenitori della privatizzazione per ammettere la realtà. La proprietà pubblica non rende automaticamente buona una gestione. Un’azienda pubblica senza disciplina finanziaria, investimenti, responsabilità manageriale e controllo dei soci può diventare una macchina che consuma risorse invece di proteggere il bene comune.
L’Irpinia ha pagato anche questo. Per anni il dibattito sull’acqua è stato ridotto alla contrapposizione ideologica tra pubblico e privato, mentre la domanda vera avrebbe dovuto essere un’altra: chiunque gestisca l’acqua, è in grado di conservarla, distribuirla, investire sulle reti e presentare conti sostenibili?
Se la risposta è no, la bandiera societaria serve a poco.
Il paradosso Acquedotto Pugliese
C’è poi uno dei passaggi più stranianti dell’intera istruttoria. In alcuni Comuni del distretto irpino continuerebbe a operare Acquedotto Pugliese, società interamente controllata dalla Regione Puglia.
La Corte ricorda che l’affidamento richiamato negli atti risultava prorogato fino al 31 dicembre 2025 e osserva che, «paradossalmente», una società in house pugliese continuerebbe a svolgere il servizio per Comuni di un’altra Regione in un quadro sul quale vengono chieste verifiche di compatibilità con la normativa campana e con il principio del gestore unico d’ambito.
È una situazione che fotografa meglio di qualunque slogan la frammentazione accumulata negli anni.
L’acqua nasce in Irpinia, una società pugliese ne capta una parte rilevante e contemporaneamente opera ancora in alcuni Comuni irpini, mentre Alto Calore è il gestore individuato per l’ambito e alcuni enti locali vorrebbero conservare gli assetti precedenti.
Chi decide? Chi investe? Chi risponde delle reti? Chi incassa? Chi deve subentrare e quando?
Se nel 2026 queste domande sono ancora aperte, il fallimento non è tecnico. È politico.
Il problema viene da lontano, ma gli alibi sono finiti
La responsabilità attraversa stagioni diverse e amministrazioni diverse. Sarebbe troppo semplice intestare sessant’anni di ritardi a un solo presidente o a una sola maggioranza. Ma altrettanto comodo sarebbe usare la profondità storica del problema per assolvere tutti.
La legge regionale che avrebbe dovuto riordinare il servizio idrico è del 2015. Più di dieci anni dopo, la Corte dei conti è ancora costretta a chiedere alla Regione un quadro completo su gestori, reti, proprietà, affidamenti e pianificazione.
La lunga stagione guidata da Vincenzo De Luca ha lasciato in eredità, tra le altre cose, il progetto della Grandi Reti Idriche Campane, con l’ingresso previsto di un socio privato nella gestione della grande adduzione regionale. A marzo la nuova Giunta di Roberto Fico ha ritirato la procedura, rivendicando il principio della gestione pubblica dell’acqua.
È una scelta politica legittima e netta. Ma da sola non basta.
Roberto Fico ha ereditato gran parte dei problemi descritti dalla Corte, ma dal momento in cui governa non può limitarsi a denunciarne l’origine. Ora deve risolverli. Il vero banco di prova non sarà aver fermato il privato. Sarà dimostrare che il pubblico sa programmare, investire, controllare, rendicontare e soprattutto garantire acqua ai cittadini.
Altrimenti cambierà la formula societaria, non la storia.
L’Irpinia deve tornare proprietaria del proprio futuro
La questione decisiva è questa. L’acqua dell’Irpinia non deve diventare proprietà esclusiva dell’Irpinia, perché una risorsa naturale di tale importanza deve continuare a servire comunità e territori diversi. Ma l’Irpinia deve tornare a essere protagonista delle decisioni che riguardano quella risorsa.
Ogni trasferimento deve essere fondato su accordi leggibili. Ogni ristoro deve essere quantificato e verificabile. Ogni euro dovuto deve essere incassato. Una parte consistente del valore prodotto dalla risorsa deve tornare nei territori delle sorgenti sotto forma di manutenzione, tutela ambientale, ammodernamento delle reti e sicurezza dell’approvvigionamento.
Non può continuare a esistere una provincia che dà acqua agli altri e riceve in cambio il dibattito eterno sull’emergenza.
La sfida futura è ancora più seria. La disponibilità idrica sarà sottoposta a pressioni crescenti, i periodi siccitosi potranno diventare più lunghi e il costo per mantenere infrastrutture vecchie continuerà ad aumentare. Governare questo scenario con una pianificazione che affonda ancora le radici nel 1968 significa preparare le crisi di domani.
La Corte dei conti ha aperto i cassetti. Adesso tocca alla politica aprire i conti.
E il primo conto da presentare è quello dell’Irpinia. Una terra che ha già dato abbastanza per essere trattata come un semplice serbatoio. Il tempo delle promesse, delle proroghe, degli affidamenti incompiuti e delle responsabilità disperse è finito. Se davvero l’acqua è un bene comune, allora deve esserlo anche per chi vive sopra le sorgenti.
Altrimenti resterà soltanto una formula buona per i convegni, mentre l’acqua continuerà a partire e il conto continuerà a restare qui.
Cliccando qui la copia della relazione della Corte dei Conti firmata dal magistrato istruttore Domenico Cerqua.
