Poco più di un mese fa la richiesta di archiviazione della Procura, cui è seguita l'opposizione delle parti offese ( il papà e la mamma della piccola, assistiti dagli avvocati Fabrizio Gallo e Serena Gasperini), che hanno proposto di mettere a confronto due testimoni sull'orario in cui la bimba era stata vista per l'ultima volta.
Ecco perchè è stato necessario fissare una camera di consiglio: si terrà il prossimo 16 gennaio, quando il gip Flavio Cusani sarà chiamato a pronunciarsi sul destino dell'inchiesta a carico di Daniel, 22 anni, e Cristina Ciocan, 31 anni, i due fratelli rumeni – sono difesi dagli avvocati Giuseppe Maturo e Salvatore Verrillo - tirati in ballo a vario titolo nell'indagine, per omicidio e violenza sessuale, sulla tragica fine di Maria, 9 anni, la bimba, loro connazionale, che era stata rinvenuta senza vita il 19 giugno 2016, morta annegata, nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino.
Come ripetutamente ricordato, l'inchiesta è stata scandita da due richieste di arresto avanzate dalla Procura: la prima, nel luglio 2016, era stata respinta dal gip Flavio Cusani, che aveva fatto altrettanto, per l'insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, anche a dicembre dello stesso anno, quando aveva invitato ad approfondire ulteriori piste. Inevitabile l'appello della Procura al Riesame, che aveva però ribadito le conclusioni del giudice. Ultimo passo la Cassazione, che aveva definito inammissibile il ricorso presentato dai Pm.
Opposte le ricostruzioni: secondo gli inquirenti, Maria sarebbe stata uccisa da Daniel, che l'avrebbe gettata in acqua con l'aiuto della sorella, per timore che raccontasse gli abusi che avrebbe subito dal giovane. No, è caduta accidentalmente in piscina, hanno sempre argomentato i difensori – sono stati supportati dalla criminologa Ursula Franco e dai medici legali Fernando Panarese e Vincenzo Migliorelli -, scindendo il terribile evento dal capitolo delle violenze contestato a Daniel.
Nella richiesta di archiviazione, firmata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal sostituto Maria Scamarcio, che hanno diretto l'attività investigativa dei carabinieri, si legge che “che, stante l'intervenuto giudicato cautelare formatosi sulla insussistenza dei gravi indizi di reità, si ritiene che le risultanzee investigative non offrano una utile chance ai fini dell'opzione dell'esercizio dell'azione penale, laddove i ritenuti elementi di dubbio (anche) in ordine alla dinamica del fatto, all'eziologia omicidiaria ed ala sua datazione (orario dell'exitus) non risultano superabili in forza dei risultati delle espletate investigazioni nèè altrimenti emendabili da ulteriori approfondimenti”.
Una conclusione alla quale i Pm giungono dopo aver illustrato i dubbi espressi, in relazione all'ipotesi di violenza sessuale, dal professore Franco Introna, autore, dopo quelle curate dal professore Claudio Buccelli e dal medico legale Monica Fonzo, che avevano effettuato l'autopsia, di una consulenza per la quale avrebbe voluto riesumare la salma nel dicembre 2017, per procedere ad ulteriori accertamenti tecnici. Un'iniziativa 'stoppata' dall'avvocato Verrillo, che aveva chiesto un incidente probatorio al quale il gip Cusani aveva detto no.
