Natale è alle porte, mi raccomando: tutti bravi e buoni. Banditi cattivi pensieri e azioni che possano danneggiare il prossimo, niente discriminazioni e sopraffazioni. Siamo già invasi, e ancor di più accadrà in questi giorni, da messaggi e post melensi. Come se il tempo si fosse fermato all'improvviso e non contasse più ciò che abbiamo già combinato. Tutto finisce in soffitta, lasciando spazio, immancabilmente, alle polemiche scatenate dalle recite a scuola, da chi vuol togliere il Crocifisso dalle aule, addirittura da uno spot televisivo che un banale zapping può sottrarre alla nostra vista indignata. Ci indigniamo per questo, e per il favoreggiamento dello shopping.
Dobbiamo spendere e spendere e consumare, e non tutti potranno farlo, purtroppo. E, mentre alimentiamo il circuito vitale dell'economia, ce ne lamentiamo. Come se quei prodotti che riempiono le nostre case non significassero la prosecuzione del lavoro per quanti li hanno realizzati e venduti. Natale si avvicina, vorremmo essere tutti migliori e non legare le nostre speranze alla missione palingenetica di cui alcuni si sono investiti. Sognano di redimere una comunità che si è persa, di indicarle la strada maestra dell'onesta. Slogan vuoti, eredità di un vuoto intellettuale che punta a surrogare la politica con il moralismo.
Che noia, quanta comoda ipocrisia. Come se gli uomini non fossero tutti fallibili, come se in quella mangiatoia non ci fosse stato qualcuno che ci ha insegnato che non bisogna puntare il dito accusatore contro l'altro. Dopo aver subito un 'processo popolare', di quelli che tanto piacciono in questa epoca, a patto, però, che gli 'imputati' siano sempre gli altri e mai noi stessi.
Arriva il Natale, le tariffe dell'acqua aumenteranno: forse sì, forse no; la città resta non pulita e c'è il rischio di una emergenza rifiuti: forse sì, forse no. Tutto è immobile, come l'aria infestata da livelli di inquinamento che preoccupano. E allora, a cosa diavolo è servito questo 2018? Ah, dimenticavo: poi c'è Capodanno.
