Quelle pasquette quando sognavamo di afferrare il mondo

Le discussioni, l'attesa di un viaggio che stava per iniziare

Benevento.  

Me le ricordo quelle pasquette di tanti anni fa. Erano precedute da un lavoro 'diplomatico' febbrile che durava giorni. Anche allora non era semplice mettere d'accordo tante teste. Mare, montagna, laghi, la costiera, ma no meglio il Taburno, il Mafariello o il Terminio, o qualche città d'arte, o la casa di un amico generoso. Poi, all'improvviso, la soluzione delle menti più illuminate per la gita fuori porta.

Arrivava per stanchezza, quando gli altri, ormai esausti, avevano deposto le loro armi. Era la sintesi di un dibattito che in alcuni momenti richiamava quello delle assemblee giovanili arse dall'impegno politico. Quanti scontri, quante idee, quanti sogni. Era l'epoca in cui ciascuno di noi pensava di poter afferrare il mondo e farlo a sua somiglianza. Quante parole, quante tesi che, magicamente, al termine sfociavano in un epilogo quasi sempre scontato: quello per il quale l'incontro era stato convocato. Anche il lunedì in Albis capitava qualcosa di molto simile. Una sorta di specchio che pensavamo riflettesse, in ultimo, il nostro modo di pensare. Il migliore, manco a dirlo.

Appuntamento all'ora x nel posto y. Mi raccomando la puntualità, prima partiamo e meno traffico incrociamo. Ci fosse stata, in quell'istante, la macchina della verità, avrebbe immediatamente restituito risultati sballati. Conoscevamo ognuno le abitudini dell'altro, eravamo certi che i ritardatari non si sarebbero smentiti. E si sarebbero presentati con quel mezzo sorriso, con la scusa più improbabile e con un ghigno che faceva incazzare tutti, ma proprio tutti. Il pallone, il pallone l'avete portato? Certo che c'è, impossibile rinunciare all'attrezzo che avremmo utilizzato già alla prima sosta. Facciamo due passaggi, dai, per sgranchirci le gambe...

Me li ricordo gli sguardi delle ragazze, ci osservavano come fossimo degli alieni, con la consapevolezza di trovarsi di fronte un branco di immaturi scatenati. Sembravamo usciti dalle gabbie, liberi dalle catene nelle quali credevamo fossimo rimasti impigliati fino a quel momento. Tutti in macchina, si riparte senza altre fermate. C'è il sole, anzi no. Il cielo è ingrugnito, maledizione: che abbiamo fatto di male per meritarci un tempo simile?

Eccoci arrivati, chissenefrega del resto. No, il pallone no, vi prego: si alza la terra, vola la sabbia. Che bello il verde, che belli i boschi e le onde. Si mangia, sotto con le provviste portate da casa. C'è di tutto, per tutti i gusti. I più trasgressivi hanno al seguito anche una bottiglia di wisky. Lontani dagli occhi dei genitori, ci sentivamo tutti più grandi ed importanti. Ma il viaggio stava solo per cominciare, ignoravamo che, un giorno, quelle pasquette le avremmo ricordate con una feroce nostalgia.