CASAL DI PRINCIPE – Sono passati ventidue anni da quando, nel Rapporto Ecomafia 2003 di Legambiente, veniva coniato il termine "Terra dei Fuochi". La trasformazione di quest'area tra Napoli e Caserta in un distretto dello smaltimento illecito è iniziata negli anni '80. Un'invasione di veleni (scorie metallurgiche, amianto, reflui contaminati) provenienti dal centro e nord Italia, interrati dalla criminalità organizzata in discariche illegali o bruciati a cielo aperto.
Questo sistema ha generato una contaminazione profonda di aria, falde e suoli, traducendosi in tassi di mortalità e patologie "superiori all'atteso". Una ferita che la politica ha faticato a gestire: nel 2013, il Ministero dell'Ambiente ha declassato l'area da Sito di Interesse Nazionale (SIN) a Sito di Interesse Regionale (SIR), una mossa letta da molti come un "gettare la spugna" di fronte alla complessità delle bonifiche.
Un lento cambiamento
Dodici anni di interventi, migliaia di tonnellate di scarti rimossi e una road map che guarda al 2035. La Terra dei Fuochi prova a cambiare pelle, oscillando tra le ferite del passato e i segnali di una rigenerazione possibile. È quanto emerso oggi a Casal di Principe durante la prima tappa del tour "Terra dei Fuochi: luoghi di impegno e rigenerazione", promosso dall’alleanza "Ecogiustizia Subito!" (Acli, Legambiente, Libera, e altre sigle).
Alla giornata ha partecipato il Commissario unico, Giuseppe Vadalà, fornendo numeri che tracciano il perimetro di un’emergenza non ancora conclusa, a un anno dalla storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) che ha condannato l’Italia per le storiche inerzie istituzionali. L'obiettivo è scattare una fotografia aggiornata su un territorio che conta 2,9 milioni di abitanti in 90 Comuni, ancora in attesa di una normalità negata.
I numeri della bonifica: tra obiettivi centrati e fondi mancanti
Dal 2013 al 2025, l'attività di rimozione dei rifiuti in superficie è stata massiccia: 43.000 tonnellate di materiali sono state rimosse grazie al lavoro di Sma e delle società municipalizzate, per una spesa di 50 milioni di euro. Ma il lavoro è tutt'altro che finito: per il decennio 2025-2035 si stima la necessità di rimuovere ulteriori 33.000 tonnellate, con un investimento previsto di 30 milioni.
Sul fronte dei siti contaminati e delle discariche, il censimento parla chiaro:
81 aree complessive da risanare;
14 aree di interesse primario, con uno stato di avanzamento lavori fermo al 35%;
2,5 miliardi di euro: è il fabbisogno aggiuntivo stimato per completare le opere entro il 2035.
Agricoltura e Salute: il monitoraggio non si ferma
Uno dei temi più sensibili riguarda la sicurezza della filiera agroalimentare. Su 8.700 ettari definiti potenzialmente a rischio, le analisi dirette ne hanno finora coperti 826. Il verdetto è netto: 110 ettari sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e interdetti per motivi sanitari, mentre sono in corso accertamenti su altri 500 ettari.
Sul versante sanitario, le quattro Asl del territorio (Napoli 1, 2, 3 e Caserta) hanno intensificato gli screening. Tra maggio e settembre 2025 sono stati effettuati quasi 90.000 esami (Pap test, ecografie, colonscopie). Il Commissario Vadalà ha inoltre annunciato un protocollo con l'Istituto Superiore di Sanità per incrociare i dati ambientali con quelli dei Registri Tumori, garantendo finalmente trasparenza e accessibilità ai cittadini.
L'ombra dell'Ecomafia: reati in aumento
Se da un lato la rigenerazione sociale avanza grazie a realtà come il Comitato Don Peppe Diana, dall'altro la pressione criminale non accenna a diminuire. I dati del Rapporto Ecomafia di Legambiente indicano un trend preoccupante per la provincia di Napoli, dove tra il 2023 e il 2024 i reati nel ciclo dei rifiuti sono aumentati del 27,4%, con un balzo dei sequestri del 57,9%. Più contenuto l'aumento nel casertano (+8%), dove però l'attività di controllo resta altissima.
"Queste esperienze di riscatto vanno rafforzate", spiegano le associazioni di Ecogiustizia Subito. "La transizione ecologica in questi territori feriti non è un'opzione, ma una priorità assoluta per mitigare il rischio sanitario e ridare dignità a una comunità che ha pagato un prezzo troppo alto."
L'ombra della CEDU e il rischio risarcimenti
Sullo sfondo resta la pesantissima condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) del gennaio scorso. Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano non ha protetto il "diritto alla vita" dei cittadini, colpevole di una frammentazione di competenze che ha impedito risposte rapide.L'Italia ha ora un tempo limitato per adottare una strategia globale. Se entro due anni non verranno attuate bonifiche concrete, creato un portale informativo unico per i cittadini e istituita un’autorità indipendente di monitoraggio, la Corte procederà con le richieste di risarcimento del danno, attualmente sospese.
I nuovi dati: screening sanitari e reati ambientali
Nonostante l'emergenza, la rete sociale resiste. Sul fronte sanitario, tra maggio e settembre 2025 sono stati effettuati oltre 89.000 esami di screening (Pap test, colonscopie, ecografie) per monitorare la popolazione. Tuttavia, la pressione criminale non molla la presa: se i roghi sono leggermente diminuiti (-9% rispetto al 2024, con una media di 3 al giorno), i reati nel ciclo dei rifiuti in provincia di Napoli sono cresciuti del 27,4%. "La transizione ecologica qui non è uno slogan, ma una questione di sopravvivenza", concludono le associazioni. La sfida è ora vincere l'inerzia istituzionale prima che il tempo concesso dall'Europa scada definitivamente.
