Il Tar del Lazio ha confermato lo scioglimento del Comune di Caserta, disposto un anno fa dal Viminale, respingendo il ricorso presentato dall’ex sindaco Carlo Marino. Secondo i giudici amministrativi, gli elementi raccolti nel corso delle indagini e contenuti nella relazione prefettizia risultano sufficienti a delineare un quadro di possibile condizionamento mafioso. La decisione rafforza quindi la misura straordinaria adottata dopo l’invio, nell’agosto 2024, della commissione d’accesso voluta dal prefetto Giuseppe Castaldo.
Le indagini e gli appalti sospetti
Al centro della vicenda ci sono due inchieste della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, che avevano coinvolto dirigenti comunali e membri della giunta. Le indagini riguardavano presunti episodi di corruzione negli appalti pubblici, con affidamenti pilotati in cambio di favori, denaro e sostegno elettorale. Tra i soggetti citati emergono imprenditori ritenuti vicini al clan camorristico Belforte di Marcianise. Le contestazioni hanno riguardato anche la gestione del verde pubblico e l’affidamento dei parcheggi comunali, ritenuti settori vulnerabili a infiltrazioni.
Il nodo del consenso elettorale
Uno dei punti centrali della pronuncia riguarda le elezioni comunali del 2021. Pur non configurando formalmente il reato di voto di scambio politico-mafioso, il Tar ha ritenuto che gli elementi raccolti siano “ragionevolmente idonei” a dimostrare un collegamento tra amministratori e ambienti criminali. Intercettazioni, immagini e testimonianze avrebbero evidenziato il sostegno di esponenti del clan Belforte a candidati poi eletti. Tra i materiali acquisiti anche fotografie dei festeggiamenti elettorali con la presenza del sindaco accanto a soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata.
Le conseguenze politiche e giudiziarie
Le vicende hanno già prodotto sviluppi sul piano penale, con il rinvio a giudizio del vicesindaco e di un assessore per corruzione elettorale. Sul piano amministrativo, la sentenza consolida il commissariamento dell’ente e conferma la linea dura dello Stato contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali. Il ricorso di Carlo Marino, che contestava anche la competenza delle indagini non svolte dalla Direzione distrettuale antimafia, non è stato ritenuto fondato.
