Agricoltura, Fabbris: "Riconoscere subito lo stato di crisi o sarà il collasso"

Il monito del segretario nazionale di Altragricoltura

agricoltura fabbris riconoscere subito lo stato di crisi o sara il collasso

"L'Europa riconosce la crisi agricola negli altri Paesi. L’Italia che celebra il Made in Italy non la vede"

Caserta.  

"Oggi, nella giornata in cui il Governo Italiano chiama alla celebrazione della giornata del Made in Italy, non possiamo con amarezza che prendere atto di come continua a non vedere la crisi drammatica che sta esplodendo nelle campagne italiane mentre altrove in Europa i Paesi si apprestano a misure straordinarie per tutelare la piccola e media impresa dell’agricoltura.

Negli ultimi due anni, Altragricoltura insieme al Coapi ha avanzato una richiesta chiara, reiterata e documentata: il riconoscimento dello stato di crisi dell’agricoltura italiana. Non una rivendicazione ideologica, ma una presa d’atto fondata su una realtà materiale che attraversa il Paese da Nord a Sud: l’aumento fuori controllo dei costi di produzione, una crisi climatica sempre più frequente e violenta, il crollo verticale dei redditi agricoli e squilibri strutturali nelle filiere che comprimono il valore del lavoro agricolo.

Eppure, a fronte di questa evidenza, il riconoscimento formale continua a non arrivare.

Nello stesso tempo, l’Unione Europea dimostra che gli strumenti esistono e vengono attivati quando una crisi viene riconosciuta e formalizzata. Il 30 marzo 2026, gli Stati membri hanno approvato la proposta della Commissione Europea di mobilitare 21,5 milioni di euro dalla riserva agricola della Pac per sostenere gli agricoltori in Bulgaria, Estonia e Ungheria, colpiti da eventi meteorologici avversi durante la stagione produttiva 2025".

Lo scrive Gianni Fabbris segretario nazionale di Altragricoltura Cssa.

"Non si tratta di una misura generica. Il provvedimento è preciso nei numeri e nei tempi: 7,4 milioni di euro alla Bulgaria, 3,3 milioni all’Estonia e 10,8 milioni all’Ungheria, con un vincolo stringente - gli aiuti dovranno arrivare agli agricoltori entro il 30 settembre 2026.

Ma dentro questo intervento c’è un passaggio meno visibile e molto più decisivo. La commissione chiarisce infatti che queste risorse possono essere integrate con fondi nazionali fino al 200%.

È qui che la misura cambia natura.

Perché quei 21,5 milioni non rappresentano il valore reale dell’intervento, ma solo la sua base. Il meccanismo europeo prevede che, una volta riconosciuta la crisi e attivata la riserva, lo Stato membro possa affiancare risorse proprie in misura molto superiore al contributo europeo. In termini concreti, un aiuto di 10 milioni può trasformarsi in un intervento complessivo da 30 milioni o più.

Non è un dettaglio tecnico. È una scelta politica.

Significa che l’Unione Europea apre lo spazio, ma è il Governo nazionale a decidere quanto riempirlo. Due Paesi che ricevono lo stesso sostegno europeo possono produrre effetti completamente diversi sul proprio sistema agricolo, a seconda della volontà - o della capacità - di intervenire con risorse aggiuntive.

In questo senso, il cosiddetto “moltiplicatore” non è solo un meccanismo finanziario. È la misura concreta della volontà politica di difendere il proprio sistema agricolo.

E c’è un altro elemento che rafforza questa lettura: la scadenza. Il termine fissato - settembre 2026 -obbliga gli Stati a trasformare rapidamente le risorse in liquidità reale. Non nei tempi lunghi della burocrazia, ma dentro il ciclo della crisi. Quando le aziende agricole ne hanno bisogno.

A questo punto la questione diventa inevitabilmente politica: perché altri Paesi riescono ad attivare questi strumenti mentre in Italia questo passaggio continua a non essere completato?

La risposta sta nel primo livello del processo: non europeo, ma nazionale. È il Governo che deve riconoscere formalmente la crisi, costruire un dossier tecnico credibile e sostenerlo nei processi decisionali europei. Se questo passaggio non avviene, la crisi rischia di non essere rappresentata con la necessaria forza a Bruxelles e quindi di non tradursi in strumenti adeguati.

Non riconoscere lo stato di crisi significa evitare un atto politico fondamentale: certificare che quella agricola non è una difficoltà congiunturale, ma una crisi sistemica. Il risultato è una gestione frammentata, fatta di interventi parziali e non sempre coerenti con la dimensione reale del problema.

Gli agricoltori vivono una crisi concreta, ma questa crisi non trova piena traduzione istituzionale. E ciò che non viene riconosciuto formalmente non attiva strumenti straordinari, non mobilita risorse adeguate e non rafforza la capacità negoziale del Paese in Europa.

Il confronto con Bulgaria, Estonia e Ungheria è illuminante non perché quei Paesi siano necessariamente più colpiti dell’Italia, ma perché hanno saputo rendere la crisi riconoscibile, misurabile e quindi finanziabile. Di fronte a una richiesta formalizzata, la Commissione ha attivato la riserva di crisi, definito gli importi e imposto tempi certi di erogazione.

La rivendicazione di Altragricoltura e Coapi va dunque oltre la denuncia: è la richiesta di riconoscere la realtà come condizione minima per costruire una strategia di intervento efficace. Il punto non è se l’Europa intervenga, ma se l’Italia si metta nelle condizioni di poter essere sostenuta.

Oggi la linea di frattura non è tra Bruxelles e Roma, ma tra Stati che riconoscono la crisi e Stati che la rinviano. L’Italia, nonostante la profondità della situazione, continua a collocarsi nel secondo gruppo.

Finché questo passaggio resterà incompiuto, ogni misura sarà inevitabilmente insufficiente. Perché il primo atto politico, prima ancora delle risorse, non è tecnico ma istituzionale: riconoscere la crisi e affrontarla per ciò che realmente è.

Nei prossimi giorni rilanceremo con forza le iniziative perché lo Stato di Crisi della piccola e media azienda produttiva dell’agricoltura, dell’allevamento e della pesca siano riconosciute. Chissà se il Ministro Lollobrigida, la Presidente Meloni e i Presidenti delle Regioni a questo giro se ne faranno carico invece che continuare a celebrare un Made in Italy utile solo a chi sta già accumulando ricchezze proprio sulla crisi.