È diventato uno scontro politico, amministrativo e ormai anche sociale il futuro della grande moschea progettata a Mestre, nell’area dell’ex segheria di via Giustizia. Da una parte la comunità bengalese, che dopo anni di interlocuzioni con il Comune di Venezia considera maturi i tempi per un grande luogo di culto. Dall’altra il sindaco Simone Venturini, che esclude per ora l’avvio dell’iter e pone come condizione preliminare passi più evidenti sul terreno dell’integrazione.
La tensione è salita dopo le parole di Prince Howlader, presidente dell’associazione Giovani per l’umanità e tra i principali portavoce della comunità. L’associazione non esclude manifestazioni, uno sciopero e iniziative giudiziarie. Howlader ha rivendicato anche il peso dei lavoratori bengalesi nell’economia veneziana: «Se scioperiamo noi bengalesi, si fermano la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti e alberghi».
Il nodo della variante urbanistica
Il terreno dell’ex segheria è già stato acquistato dalla comunità ed è un’area di circa ottomila metri quadrati. Ma per trasformarla in un luogo di culto è necessario un passaggio urbanistico che coinvolge l’amministrazione e, in ultima istanza, il Consiglio comunale. L’iter, allo stato attuale, non è partito.
La comunità sostiene che la scelta di via Giustizia non sia stata un’iniziativa improvvisa. Secondo la ricostruzione di Howlader, durante l’amministrazione di Luigi Brugnaro sarebbe stato lo stesso Comune a favorire il contatto con i proprietari dell’area. Il confronto sarebbe poi proseguito per anni, con modifiche al progetto originario, compresa la rinuncia a cupole e minareto e il ridimensionamento dell’edificio.
Il centro immaginato non comprenderebbe soltanto gli spazi per la preghiera. Nel progetto sono previsti anche servizi, una scuola, una biblioteca, un auditorium e parcheggi. Per i promotori si tratterebbe quindi di un polo religioso e culturale destinato non soltanto ai bengalesi, ma alla più ampia comunità musulmana del territorio.
Venturini: prima viene l’integrazione
La posizione di Simone Venturini resta però netta. Il sindaco sostiene che la libertà di culto non sia in discussione, ma distingue questo diritto dalla concessione di una variante urbanistica per realizzare una struttura delle dimensioni previste. A suo giudizio, inoltre, oggi non esisterebbero le condizioni sociali per aprire il percorso.
Venturini richiama in particolare la conoscenza della lingua italiana, la partecipazione delle donne alla vita sociale e lavorativa, il rispetto delle regole di convivenza e alcuni problemi legati al decoro urbano e alla gestione dei rifiuti. Solo dopo progressi concreti, sostiene il primo cittadino, sarebbe possibile avviare un confronto strutturato. Il sindaco ha inoltre giudicato troppo imponente il progetto, arrivando a definirlo «faraonico».
È proprio questo collegamento tra integrazione e autorizzazione al centro di culto a essere contestato dalla comunità. Howlader replica che migliaia di bengalesi lavorano da anni a Venezia, Mestre e Marghera, che i loro figli frequentano le scuole italiane e che molti hanno ormai ottenuto la cittadinanza. Nel Comune la presenza bengalese viene stimata nell’ordine delle decine di migliaia di persone considerando residenti, domiciliati e cittadini naturalizzati.
La comunità non parla con una voce sola
Nelle ultime ore sono emerse anche posizioni più sfumate all’interno della stessa comunità. Imprenditori e rappresentanti musulmani chiedono al Comune di riconoscere la necessità di spazi adeguati per la preghiera, ma non tutti condividono il linguaggio dello scontro.
L’imprenditrice e influencer bengalese Rhitu Miah, intervistata dalla stampa locale, ha criticato la scelta dell’amministrazione di subordinare il progetto all’integrazione, ma allo stesso tempo ha preso le distanze dall’ipotesi di parlare a nome dell’intera comunità annunciando proteste. Anche altri rappresentanti musulmani chiedono che l’eventuale moschea sia pensata come luogo aperto a tutti i fedeli e non identificata esclusivamente con una nazionalità.
Gli appelli al dialogo
Nel confronto è intervenuta anche la Cgil di Venezia, che invita entrambe le parti a riaprire il dialogo e chiede di evitare scioperi capaci di dividere i lavoratori. Per il sindacato, il rispetto delle regole deve valere per tutti, ma non può diventare una contropartita per l’esercizio della libertà religiosa.
Un richiamo alla moderazione è arrivato anche dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia, che ha auspicato l’assenza di forzature e un percorso capace di aumentare conoscenza e fiducia reciproche. Sul fronte politico, invece, il centrodestra sostiene la linea del sindaco e respinge con durezza l’ipotesi di uno sciopero utilizzato come pressione sull’amministrazione.
La vicenda resta quindi sospesa tra due piani. Quello amministrativo riguarda la variante urbanistica necessaria per trasformare l’ex segheria in un luogo di culto. Quello politico riguarda invece una domanda destinata a pesare sul futuro della terraferma veneziana: chi deve stabilire quando una comunità possa considerarsi sufficientemente integrata, e fino a che punto questa valutazione possa incidere sulle decisioni relative alla costruzione di un edificio religioso.
Per ora non c’è un tavolo operativo e non è stata annunciata alcuna svolta. La comunità bengalese continua a chiedere l’apertura dell’iter e valuta anche il ricorso alle vie legali e un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ca’ Farsetti, invece, mantiene la linea fissata dal sindaco. Il terreno di via Giustizia resta così il punto fisico e simbolico di uno scontro che, dopo aver attraversato la campagna elettorale veneziana, è tornato al centro del dibattito cittadino.
