Sanità, Italia ultima nel G7: il divario con l’Europa vale 36 miliardi

L’analisi Gimbe sui dati Ocse: spesa pubblica al 6,2% del Pil, sotto la media europea del 7,1%

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Nel 2025 l’Italia è 15esima su 27 Paesi europei Ocse per spesa sanitaria pubblica pro capite. Il gap con la media europea sale a 1.013 dollari per abitante. Gimbe chiede più risorse e personale nella Manovra 2027

L’Italia continua a perdere terreno nel finanziamento della sanità pubblica. Nel 2025 si colloca al quindicesimo posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse per spesa sanitaria pubblica pro capite e rimane ultima tra i Paesi del G7. A fotografare una distanza sempre più ampia rispetto alle principali economie europee è una nuova analisi della Fondazione Gimbe, realizzata in vista del confronto sulla Legge di Bilancio 2027 utilizzando il database Oecd Health Statistics aggiornato al 17 luglio 2026.

La spesa sanitaria pubblica italiana si ferma al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse e lo stesso 7,1% registrato mediamente nei Paesi europei considerati. La distanza diventa ancora più evidente quando il confronto viene effettuato sulla spesa per singolo cittadino a parità di potere d’acquisto. L’Italia investe 3.952 dollari pro capite, 909 dollari meno della media Ocse, pari a 4.861 dollari, e 1.013 dollari meno della media europea, che raggiunge quota 4.965.

Quattordici Paesi europei spendono più dell’Italia

Sono quattordici i Paesi europei dell’area Ocse che destinano alla sanità pubblica una quota di Pil superiore a quella italiana. Il confronto più netto è con la Germania, dove la spesa arriva all’11% del prodotto interno lordo. Anche Francia, Regno Unito e Svezia si collocano circa tre punti percentuali sopra l’Italia.

Sul fronte pro capite, tra gli Stati dell’Unione europea considerati dall’analisi sono ancora quattordici quelli che investono più dell’Italia. La Spagna è appena sopra, con 3.999 dollari per abitante, mentre la Germania raggiunge 8.726 dollari, oltre il doppio del livello italiano. Davanti all’Italia figurano anche Repubblica Ceca, Slovenia e Polonia, segnale di un arretramento che non riguarda più soltanto il confronto con le maggiori economie dell’Europa occidentale.

Il dato Ocse del 6,2% non va confuso con quello utilizzato nei documenti italiani di finanza pubblica, che per il 2025 indicano un rapporto tra spesa sanitaria complessiva e Pil del 6,3%. Le due grandezze derivano da criteri e perimetri statistici differenti. Nel Documento di Finanza Pubblica 2026, la spesa sanitaria italiana del 2025 è quantificata in 141,539 miliardi di euro.

Il buco da 36,1 miliardi

La distanza con il resto d’Europa si è allargata soprattutto negli ultimi quindici anni. Fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana risultava sostanzialmente allineata alla media europea. Nel 2019 il divario aveva già raggiunto 424 dollari per abitante. Durante la pandemia gli altri Paesi hanno aumentato gli investimenti più rapidamente e il distacco è cresciuto ancora nel biennio 2023-2024 e nel 2025.

Oggi quei 1.013 dollari di differenza pro capite equivalgono, secondo i parametri utilizzati nell’analisi, a 612,4 euro per ogni residente. Moltiplicati per i quasi 59 milioni di abitanti censiti dall’Istat al primo gennaio 2026, portano il deficit rispetto alla media europea a circa 36,1 miliardi di euro l’anno.

Per il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, il problema è ormai strutturale. Quindici anni di progressiva erosione delle risorse hanno ridotto la capacità del Servizio sanitario nazionale di tenere il passo con i sistemi europei, mentre le Regioni devono contemporaneamente garantire i Livelli essenziali di assistenza e mantenere in equilibrio i propri bilanci.

L’Italia resta ultima nel G7

Il confronto con il G7 conferma una tendenza ormai consolidata. L’Italia occupava già l’ultima posizione nel 2008, ma allora la distanza dagli altri grandi Paesi industrializzati era molto più contenuta. Nel 2025 il divario è diventato particolarmente ampio: i 3.952 dollari spesi per cittadino rappresentano meno della metà degli 8.726 dollari della Germania.

Significativo anche il confronto con il Regno Unito, che condivide con l’Italia un sistema sanitario finanziato prevalentemente attraverso la fiscalità generale. Dopo una crescita relativamente contenuta fino al 2019, Londra ha aumentato gli investimenti pubblici soprattutto dal 2020, arrivando a superare Canada e Giappone e ad avvicinarsi ai livelli francesi.

Il conto arriva ai cittadini

Il tema del finanziamento non riguarda soltanto i bilanci pubblici. Secondo Gimbe, le conseguenze si manifestano nelle liste d’attesa, nei pronto soccorso sotto pressione, nella difficoltà a trovare medici di famiglia, nelle differenze tra Regioni e nell’aumento della spesa sostenuta direttamente dalle famiglie.

Nel 2024 sono state 5,8 milioni le persone che hanno rinunciato almeno a una prestazione sanitaria, tra visite ed esami diagnostici. Un fenomeno che coinvolge ormai quasi un residente su dieci e che pesa maggiormente sui nuclei con redditi più bassi e sui territori nei quali l’offerta pubblica è più debole.

Le valutazioni internazionali richiamate dalla Fondazione indicano un quadro apparentemente contraddittorio. Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati complessivamente buoni in termini di aspettativa di vita e mortalità evitabile, ma mostra difficoltà crescenti nel fornire cure in tempi adeguati, in modo uniforme sul territorio e a costi sostenibili per tutti.

La partita della Manovra 2027

La fotografia arriva mentre si prepara il confronto politico sulla prossima Legge di Bilancio. Già ad aprile Gimbe aveva rilevato che, sulla base del Documento di Finanza Pubblica 2026, il rapporto tra spesa sanitaria e Pil sarebbe rimasto sostanzialmente fermo al 6,4% fino al 2029, mentre nel triennio 2027-2029 il divario tra spesa prevista e finanziamento pubblico disponibile potrebbe superare complessivamente i 30 miliardi di euro.

Per la Fondazione, recuperare il distacco non significa soltanto aumentare gli stanziamenti. Le nuove risorse dovrebbero essere accompagnate da interventi sul personale, sul recupero delle liste d’attesa e sulla capacità di garantire gli stessi Livelli essenziali di assistenza in tutte le Regioni.

Il nodo delle Case della Comunità

Resta aperto anche il capitolo della nuova assistenza territoriale finanziata con il Pnrr. Il target nazionale prevede l’operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Alla data dell’ultimo aggiornamento del Ministero della Salute, sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione della documentazione necessaria per la rendicontazione definitiva di entrambi gli obiettivi.

La questione decisiva non riguarda soltanto la conclusione dei lavori edilizi. Perché la riforma territoriale funzioni serviranno medici, infermieri, servizi realmente accessibili e continuità nell’assistenza. È su questo terreno che si misurerà una parte importante della capacità del Ssn di rispondere alla crescita della domanda sanitaria e di ridurre la pressione sugli ospedali.

Il confronto sulla Manovra 2027 parte quindi da una cifra difficile da ignorare: 36,1 miliardi. È la distanza che separa oggi la spesa sanitaria pubblica italiana dalla media europea. Un divario che, dopo quindici anni di progressivo ampliamento, non riguarda più soltanto le statistiche internazionali, ma la possibilità concreta per milioni di cittadini di ricevere una cura quando ne hanno bisogno.