Svolta nel caso delle tre suore saveriane trucidate in Burundi tra il 7 e l’8 settembre 2014. I carabinieri di Parma hanno arrestato un cittadino burundese di 50 anni, gravemente indiziato di aver preso parte al triplice omicidio delle missionarie assassinate a Bujumbura.
L’uomo, Guillaume Harushimana, residente da anni nella città emiliana, è accusato di aver istigato e collaborato all’uccisione di suor Olga Raschietti, 83 anni, suor Lucia Pulici, 75 anni, e suor Bernardetta Boggian, 79 anni.
Le religiose appartenevano alla congregazione delle Missionarie di Maria Saveriane, con casa madre a Parma. Furono aggredite nella loro missione in due distinti assalti a distanza di meno di 48 ore. I corpi presentarono segni di violenza efferata: una delle tre fu decapitata, le altre sgozzate.
All’epoca Papa Francesco espresse dolore per l’accaduto, auspicando che “il sangue versato diventasse seme di speranza per costruire l’autentica fraternità tra i popoli”.
Le missionarie riposano oggi nei pressi di Bukavu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nel cimitero di Panzi, accanto ad altri religiosi uccisi nella regione.
L’inchiesta tra depistaggi e nuovi filoni
L’indagine ha conosciuto più fasi. Subito dopo i delitti fu arrestato in Burundi un 33enne, Christian Claude, convinto – secondo quanto riferì la polizia locale – che il convento fosse stato costruito su un terreno appartenuto ai suoi genitori. Un arresto che già allora venne bollato come possibile depistaggio.
Un nuovo impulso investigativo era arrivato nel 2018, ma la vera accelerazione risale all’autunno del 2024, quando la Procura di Parma ha avviato approfondimenti durati circa un anno.
Determinante, secondo gli inquirenti, l’attenzione riaccesa sul caso dopo la presentazione, il 27 settembre 2024 a Parma, del libro Nel cuore dei misteri della giornalista Giusy Baioni. Il giorno successivo un articolo della Gazzetta di Parma ha contribuito all’apertura formale di un nuovo fascicolo, da cui sono emersi elementi ritenuti decisivi per il provvedimento cautelare eseguito nelle ultime ore.
Il procuratore: “Un clima di terrore”
Secondo la ricostruzione della Procura, le tre suore sarebbero state uccise per aver rifiutato di collaborare con milizie burundesi operative in Congo.
“L’omicidio delle tre missionarie è maturato negli ambienti della polizia segreta del Burundi. Un clima di terrore ha attraversato le indagini”, ha dichiarato in conferenza stampa il procuratore capo di Parma, Alfonso D’Avino.
Il presunto mandante sarebbe il generale Adolphe Nshimirimana, alto ufficiale militare, del quale Harushimana sarebbe stato stretto collaboratore.
Il ruolo dell’arrestato
Secondo gli investigatori, Harushimana avrebbe effettuato sopralluoghi, garantito la disponibilità di denaro per gli esecutori materiali, recuperato la chiave dell’abitazione delle religiose e procurato camici da chierichetti da far indossare agli assassini per non destare sospetti all’interno della missione.
“Non apparteneva formalmente ai servizi segreti burundesi – ha spiegato D’Avino – ma era un amico del capo della polizia segreta ed era considerato uomo di fiducia dei padri saveriani a Bujumbura”. In città avrebbe svolto un ruolo di mediatore e animatore in un centro giovanile interetnico promosso dai religiosi.
Per la Procura non vi sarebbe un collegamento diretto tra l’arrivo dell’indagato a Parma e l’omicidio delle suore. Il suo nome, tuttavia, emerse già nel 2015 durante una trasmissione di Radio Pubblica Africana, in cui due uomini si presentarono come esecutori materiali del delitto.
L’emittente fu incendiata poco dopo la diffusione dell’intervista e il direttore arrestato per un mese. Uno dei due presunti esecutori, Nduwimana Juvent Juvenali Kiraga, fu successivamente ucciso.
Le reazioni della città
“Il brutale assassinio di suor Olga, suor Lucia e suor Bernardetta è rimasto un dolore inciso nel cuore della città di Parma”, ha dichiarato il sindaco Michele Guerra, ricordando la recente intitolazione di via Martiri Saveriane in Burundi.
Sulla stessa linea l’assessora alla pace Daria Jacopozzi, che ha parlato di una “ferita aperta” per la comunità parmense, impegnata da oltre vent’anni in progetti di cooperazione nel Paese africano.
Dopo dodici anni di silenzi, ombre e presunti depistaggi, l’arresto eseguito a Parma riapre uno dei casi più dolorosi per la Chiesa italiana e per la città emiliana, nella speranza che l’iter giudiziario possa finalmente fare piena luce su una vicenda segnata da violenza e paura.
