Uno Bianca, Savi parla in tv: rivolta dei familiari

A Belve Crime l’ex poliziotto evoca coperture dei servizi

uno bianca savi parla in tv rivolta dei familiari

Dopo 32 anni di silenzio Roberto Savi torna davanti alle telecamere. Le famiglie delle vittime attaccano la Rai: «Parli con i magistrati, non in tv».

La ferita riaperta in prima serata. La voce di Roberto Savi torna a occupare la scena pubblica e riapre una delle pagine più buie della cronaca italiana. L’ex poliziotto, condannato all’ergastolo come capo della banda della Uno Bianca, è stato intervistato da Francesca Fagnani a Belve Crime, su Rai 2, dal carcere di Bollate. Nel colloquio televisivo Savi ha evocato presunte coperture di apparati dello Stato e rapporti con ambienti dei servizi, sostenendo che alcuni omicidi sarebbero stati chiesti dall’esterno. La puntata è stata resa disponibile da RaiPlay con una durata di 45 minuti.

Le sue parole hanno provocato la reazione immediata dei familiari delle vittime. Per Alberto Capolungo, presidente dell’associazione che riunisce i parenti delle persone uccise dalla banda, il luogo per eventuali rivelazioni non può essere uno studio televisivo, ma la procura. La critica alla Rai è durissima: l’intervista viene definita un’operazione «disgustosa» e «sospetta», soprattutto perché a Bologna resta aperto un fascicolo sulle possibili coperture della banda.

Le accuse e il peso dei riscontri

Davanti alle domande di Fagnani, Savi ha confermato di aver parlato in passato di «personaggi» non appartenenti alla criminalità comune che avrebbero garantito protezione alla banda. Secondo le anticipazioni e i resoconti dell’intervista, l’ex poliziotto ha fatto riferimento a contatti romani e a una presunta copertura investigativa, ma il punto decisivo resta quello giudiziario: senza nomi, atti e riscontri, le dichiarazioni di un ergastolano non bastano a riscrivere la storia.

Il passaggio più lacerante riguarda l’omicidio di Pietro Capolungo, ucciso nel 1991 nell’armeria di via Volturno, a Bologna, insieme alla titolare Licia Ansaloni. Savi ha lasciato intendere che quell’omicidio fosse legato a presunti rapporti della vittima con ambienti dell’Arma. È un’affermazione pesantissima, che tocca direttamente il dolore dei familiari e che, proprio per questo, richiede verifica giudiziaria rigorosa.

Una scia di sangue mai pacificata

La banda della Uno Bianca terrorizzò Emilia-Romagna e Marche tra il 1987 e il 1994. Le ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche attribuiscono al gruppo oltre cento azioni criminali, con decine di morti e più di cento feriti. Il cuore della banda era formato dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, insieme ad altri uomini provenienti dalle forze dell’ordine. Non furono soltanto rapine. Ci furono assalti ai caselli, agguati, omicidi a freddo, colpi contro immigrati, campi rom, testimoni, carabinieri. La strage del Pilastro, il 4 gennaio 1991, resta una delle ferite più profonde: tre giovani militari dell’Arma furono uccisi in strada. Da allora, accanto alle condanne definitive, è rimasta una domanda che non ha mai smesso di circolare: com’è stato possibile che una banda composta anche da poliziotti agisse così a lungo senza essere fermata?

La Rai nel mirino

La polemica non riguarda soltanto ciò che Savi ha detto, ma il fatto stesso che gli sia stato offerto un palcoscenico televisivo. Per i parenti delle vittime, il rischio è trasformare il carnefice in protagonista mediatico, lasciando sullo sfondo chi ha perso padri, figli, mariti, colleghi. In una vicenda segnata da depistaggi temuti, sospetti e omissioni, ogni parola pubblica ha un peso diverso.

La questione investe anche il servizio pubblico. Raccontare il male, soprattutto quando appartiene alla storia criminale del Paese, è legittimo. Ma il confine tra informazione e spettacolarizzazione diventa fragile quando un condannato all’ergastolo parla senza contraddittorio giudiziario e senza che le sue affermazioni siano accompagnate da elementi verificabili.

La verità non può arrivare solo dalla tv

La procura di Bologna potrebbe ora valutare se ascoltare Savi. Ma il punto resta lo stesso indicato dagli stessi magistrati: servono riscontri. Le sue parole possono aprire piste, non chiuderle. Possono indicare zone d’ombra, non sostituire le prove. Dopo trent’anni, la storia della Uno Bianca conserva ancora interrogativi irrisolti, ma la verità non può dipendere dalla memoria selettiva di chi quella stagione di sangue l’ha costruita.

Per le famiglie, il dolore non è mai diventato archivio. Ogni nuova apparizione, ogni frase, ogni allusione riporta in superficie la violenza di quegli anni. E pone una domanda che riguarda tutti: fino a che punto il diritto di cronaca può spingersi quando davanti alla telecamera non c’è un testimone, ma uno degli assassini?