La tragedia dei cinque sub italiani morti alle Maldive continua a sollevare interrogativi pesantissimi sulle condizioni di sicurezza dell’immersione e sulle eventuali responsabilità organizzative. Mentre oggi all’obitorio di Gallarate inizieranno le autopsie sui corpi recuperati nell’oceano Indiano, le procure di Malè e di Roma stanno cercando di ricostruire nel dettaglio cosa sia accaduto durante la discesa nelle grotte di Thinwana Kandu.
Secondo le prime ricostruzioni tecniche, i cinque sub avrebbero perso l’orientamento dopo essersi infilati in una cavità secondaria senza uscita. Intrappolati nella grotta, avrebbero consumato progressivamente tutta l’aria disponibile fino alla morte.
A fornire elementi decisivi sarebbero stati gli speleosub finlandesi che hanno recuperato i corpi nei giorni successivi alla tragedia.
Le ipotesi sulla morte
Gli accertamenti medico-legali dovranno chiarire se i sub siano morti per annegamento oppure per anossia, cioè la totale assenza di ossigeno provocata dall’esaurimento delle bombole durante il tentativo disperato di uscire dalla grotta.
Ma il punto centrale dell’inchiesta riguarda soprattutto la catena delle responsabilità.
Gli investigatori stanno cercando di capire chi abbia autorizzato un’immersione così complessa a circa sessanta metri di profondità e se le attrezzature utilizzate fossero adeguate per un’attività speleosubacquea ad altissimo rischio.
Tra le domande aperte ci sono anche quelle relative alle miscele respiratorie contenute nelle bombole, ai brevetti dei partecipanti e ai controlli effettuati prima della discesa.
L’università prende le distanze
Nelle ore successive alla tragedia è iniziato un evidente scarico di responsabilità tra i soggetti coinvolti.
La prima presa di distanza è arrivata dall’Università di Genova, dove lavoravano la professoressa Monica Montefalcone e la ricercatrice Muriel Oddenino, entrambe tra le vittime. L’ateneo ha precisato che l’immersione non rientrava ufficialmente nelle attività previste dalla missione scientifica e che due dei sub morti non facevano parte del progetto universitario.
Una posizione che ha provocato forte amarezza tra i familiari delle vittime.
Il marito della professoressa Montefalcone ha criticato duramente la rapidità con cui l’università avrebbe preso le distanze dalla ricercatrice, mentre la famiglia di Federico Gualtieri, altra vittima, ha definito “scandaloso” il comportamento dell’ateneo.
Il tour operator: “Non sapevamo nulla”
Anche il tour operator Albatros Top Boat, che aveva organizzato i pacchetti turistici sullo yacht Duke of York, ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto nell’immersione tecnica.
Secondo il legale della società, l’azienda sarebbe attrezzata soltanto per immersioni ricreative standard e non per esplorazioni speleosubacquee profonde.
Il tour operator sostiene inoltre che la guida dell’immersione, Gianluca Benedetti, non fosse un proprio dipendente ma lavorasse per la compagnia maldiviana proprietaria dell’imbarcazione.
Una distinzione che potrebbe avere un peso enorme sul piano giudiziario e assicurativo.
La partita dei risarcimenti
Gli investigatori stanno sequestrando telefoni, computer, telecamere GoPro e documenti tecnici per ricostruire il cosiddetto “piano di missione”, cioè l’organizzazione dettagliata dell’immersione.
Se dovesse emergere che l’incidente è stato provocato esclusivamente da errori dei cinque sub, l’indagine penale potrebbe chiudersi senza imputati esterni. Ma resterebbe comunque aperta la questione dei risarcimenti civili.
Al centro delle verifiche ci sono anche le coperture assicurative stipulate dai subacquei. Non tutte le vittime, secondo quanto emerso, avrebbero sottoscritto polizze complete per immersioni tecniche estreme.
Gli eroi del recupero
Nelle ultime ore è emerso anche il ruolo decisivo degli speleosub finlandesi che hanno recuperato i corpi nelle profondità della grotta.
Secondo quanto riferito da Dan Europe, gli specialisti avrebbero rifiutato qualsiasi compenso economico per l’operazione, scelta che ha spinto anche il governo italiano a ringraziarli ufficialmente.
Intanto però resta il nodo principale: capire chi abbia autorizzato una discesa tanto rischiosa e se quella tragedia potesse essere evitata.
