Pozzi, no all’archiviazione: il telefono torna al centro

Il Tribunale di Cassino ordina nuovi accertamenti entro 90 giorni

pozzi no all archiviazione il telefono torna al centro

Respinta la richiesta di archiviazione sul filone per presunta frode processuale. La famiglia di Gianmarco Pozzi contesta le operazioni compiute sul cellulare del campione morto a Ponza nel 2020

Il caso di Gianmarco Pozzi torna davanti agli investigatori. Il Tribunale di Cassino ha respinto la richiesta di archiviazione nel procedimento per presunta frode processuale legato alle attività tecniche eseguite sul telefono cellulare del campione di kick boxing trovato morto a Ponza il 9 agosto 2020. Il giudice ha disposto la restituzione degli atti alla Procura, indicando nuovi accertamenti da svolgere entro novanta giorni.

Il nodo del cellulare

Al centro del nuovo passaggio giudiziario c’è il telefono in uso a Pozzi, considerato dalla famiglia un possibile snodo decisivo per ricostruire le ore precedenti e successive alla morte. Secondo l’esposto presentato dal padre, Paolo Pozzi, assistito dall’avvocato Fabrizio Gallo, il dispositivo sarebbe stato reso inutilizzabile durante le operazioni tecniche e nella relazione depositata sarebbero state indicate circostanze non corrispondenti allo stato reale del cellulare.

Il consulente nominato dal pubblico ministero aveva riferito di aver ricevuto il telefono con il display danneggiato e di aver dovuto sostituire lo schermo prima di procedere agli accertamenti. In seguito, dopo una serie di tentativi di sblocco, il dispositivo sarebbe entrato nella modalità di disabilitazione prevista dai sistemi Apple quando viene superato il numero massimo di codici errati.

La contestazione della famiglia

La famiglia Pozzi respinge questa ricostruzione e sostiene che il cellulare fosse funzionante al momento del ritrovamento. A sostegno della propria posizione richiama anche una comunicazione della Sezione Informatica dei Carabinieri, secondo cui la strumentazione forense disponibile non consentiva il ripristino del dispositivo una volta intervenuta la disabilitazione.

Nel corso delle indagini era stato nominato anche un ulteriore consulente tecnico, che aveva definito quanto accaduto durante l’acquisizione dei dati come un’anomalia non compatibile con condizioni ordinarie. Lo stesso consulente aveva però ipotizzato che il tecnico incaricato potesse non essere a conoscenza di eventuali precedenti tentativi di accesso effettuati prima della consegna del telefono.

I nuovi accertamenti

Nell’ordinanza depositata l’8 luglio, il giudice ha ritenuto necessario un supplemento investigativo. Tra gli atti richiesti figurano l’audizione dei carabinieri intervenuti subito dopo il decesso e dei militari che ebbero in custodia il telefono, per chiarire lo stato di conservazione del dispositivo al momento della consegna al consulente, con particolare attenzione all’integrità del display.

La decisione non chiude il caso, ma riapre un passaggio ritenuto centrale dai familiari del giovane atleta. Il procedimento sulla presunta frode processuale corre accanto al più ampio giallo sulla morte di Pozzi, che la famiglia non ha mai considerato un incidente. Già in passato il caso era stato segnato da dubbi, rilievi tecnici e contestazioni sulle modalità dell’inchiesta.

Una vicenda ancora aperta

Per i familiari, il cellulare resta un possibile deposito di informazioni decisive: chiamate, accessi, messaggi, tempi di utilizzo. Per la magistratura, ora, il punto è verificare se la gestione tecnica del dispositivo sia stata corretta o se vi siano state omissioni, errori o dichiarazioni non aderenti ai fatti.

Il termine di novanta giorni fissato dal giudice delimita la nuova fase. Al termine degli accertamenti, la Procura di Cassino dovrà rivalutare il quadro e decidere come procedere. Per la famiglia Pozzi, intanto, il rigetto dell’archiviazione rappresenta un risultato importante nella battaglia per ottenere ulteriori verifiche sulla morte di Gianmarco e sulle prove raccolte dopo il ritrovamento del corpo.