Dodici anni di reclusione per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e di Atlantia. È la condanna più alta pronunciata dal Tribunale di Genova nel processo di primo grado per il crollo del ponte Morandi, la tragedia che il 14 agosto 2018 provocò la morte di 43 persone.
La Procura aveva chiesto per l’ex manager 18 anni e sei mesi. I giudici lo hanno riconosciuto responsabile dei reati di crollo colposo e omicidio stradale, mentre l’omicidio colposo semplice è stato assorbito. La difesa ha già annunciato che impugnerà il verdetto, definendo la decisione «profondamente sbagliata» e ricordando che il procedimento è soltanto al primo grado.
Le condanne agli ex vertici di Autostrade e Spea
Il collegio ha inflitto undici anni a Michele Donferri Mitelli, già responsabile delle manutenzioni e tra i principali dirigenti di Autostrade. La pubblica accusa ne aveva chiesti quindici e sei mesi.
A Paolo Berti, ex numero due della società concessionaria, sono stati assegnati cinque anni e sei mesi. La stessa pena è stata pronunciata nei confronti di Antonino Galatà, già amministratore delegato di Spea, la società incaricata delle attività di sorveglianza e controllo della rete.
Cinque anni sono stati inflitti a Mauro Coletta, ex direttore della struttura di vigilanza del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Per lui i pubblici ministeri avevano sollecitato una condanna a dieci anni.
Complessivamente il Tribunale ha pronunciato 32 condanne, per pene che sfiorano i duecento anni di carcere. Le altre 25 posizioni si sono concluse con assoluzioni o dichiarazioni di prescrizione. Gli imputati erano 57 tra ex manager, tecnici e dirigenti di Autostrade, Spea e ministero.
Il processo durato quattro anni
Il verdetto è arrivato al termine di 284 udienze, celebrate in circa quattro anni, e a quasi otto anni dal crollo del viadotto sul torrente Polcevera. Il processo ha ricostruito la gestione delle manutenzioni, le condizioni della pila 9 e il sistema di vigilanza pubblica sulla concessionaria autostradale.
Secondo l’accusa, i vertici della società conoscevano da tempo le condizioni di degrado della struttura e avrebbero rinviato interventi indispensabili per contenere i costi e preservare gli utili. Il progetto di rinforzo della pila poi crollata sarebbe stato ritardato nonostante le indicazioni tecniche e i segnali di deterioramento accumulati negli anni.
Le difese hanno sostenuto una ricostruzione opposta. Alla base del cedimento, secondo i legali degli imputati, vi sarebbe stato un difetto costruttivo occulto degli stralli, aggravato dalla corrosione e impossibile da rilevare attraverso le ispezioni allora disponibili.
Una perizia discussa durante il dibattimento aveva tuttavia contestato la tesi del vizio completamente invisibile, concentrando l’attenzione sulle modalità dei controlli e sull’ingresso di acqua e aria nei cavi della struttura.
Il nodo dei controlli e delle manutenzioni
Per i pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, verifiche più approfondite avrebbero permesso di accertare l’insicurezza del ponte prima della tragedia. L’accusa ha ricordato anche le raccomandazioni dello stesso progettista, Riccardo Morandi, che aveva indicato la necessità di una sorveglianza costante e di interventi specifici sulla struttura.
Il procedimento è così diventato un processo non soltanto alle responsabilità individuali, ma anche al sistema attraverso il quale venivano organizzate le manutenzioni e svolti i controlli pubblici. La tragedia ha aperto in Italia un confronto durissimo sul rapporto tra sicurezza delle infrastrutture, concessioni autostradali e redditività delle società private.
Alla vigilia della sentenza Autostrade per l’Italia, oggi guidata da una proprietà e da vertici diversi rispetto al 2018, aveva rivolto pubblicamente le proprie scuse ai familiari, parlando di ferite indelebili. La società ha inoltre sostenuto di aver versato circa 60 milioni di euro in risarcimenti.
Le reazioni dei familiari
Alla lettura del dispositivo erano presenti centinaia di persone, tra familiari delle vittime, avvocati, giornalisti e cittadini. In aula il verdetto è stato accolto nel silenzio, seguito dagli abbracci e dalle lacrime di alcuni parenti.
Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, ha accolto favorevolmente la pena inflitta a Castellucci, pur sottolineando la necessità di esaminare nel dettaglio una sentenza particolarmente complessa. La decisione giudiziaria rappresenta per le famiglie un primo riconoscimento delle responsabilità, ma non chiude un percorso destinato a proseguire nei successivi gradi di giudizio.
A Palazzo di giustizia è arrivata anche la sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha incontrato i familiari prima della lettura. Il processo e il suo esito restano una vicenda centrale per una città che, dopo la demolizione dei resti del Morandi e la costruzione del nuovo ponte Genova San Giorgio, continua a custodire la memoria delle 43 vittime.
La difesa prepara l’appello
L’avvocato Carlo Alleva, difensore di Castellucci, ha contestato duramente la decisione e annunciato tutte le iniziative necessarie per proseguire la battaglia giudiziaria. Le motivazioni della sentenza chiariranno nel dettaglio come il Tribunale abbia ricostruito le responsabilità dei singoli imputati e quali condotte abbia ritenuto decisive per il crollo.
Castellucci si trova già in carcere dopo la condanna definitiva a sei anni per la strage del viadotto Acqualonga, in provincia di Avellino, dove nel 2013 un autobus precipitò dall’autostrada provocando 40 morti. La nuova pena non è definitiva e dovrà essere valutata nei successivi passaggi processuali.
La sentenza di Genova segna comunque il primo punto fermo giudiziario sulla più grave tragedia infrastrutturale italiana degli ultimi decenni. Un verdetto atteso dai familiari e dall’intero Paese, ma destinato ad aprire una nuova fase del confronto nelle aule di giustizia.
