La svolta arriva dal carcere di Rebibbia, al termine dell’interrogatorio di garanzia. Valter Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. A riferirlo ai cronisti è stato il suo difensore, l’avvocato Sergio Cola, lasciando l’istituto penitenziario romano. Secondo il legale, Lavitola «ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato».
La svolta davanti al gip
L’ammissione segna un cambio radicale nella posizione dell’ex editore, arrestato il 10 agosto nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Roma sull’azione dinamitarda del 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci, a Pomezia. Nei precedenti passaggi dell’indagine Lavitola aveva respinto l’accusa di avere organizzato l’attacco e aveva negato di conoscerne il movente.
L’interrogatorio di garanzia diventa quindi un passaggio decisivo dell’inchiesta. Prima dell'ingresso a Rebibbia, Cola aveva spiegato che il suo assistito non aveva ancora deciso se rispondere alle domande del gip o limitarsi a dichiarazioni spontanee. La scelta, stando a quanto riferito dal difensore al termine dell’atto, è stata invece quella di riconoscere il ruolo contestato dagli inquirenti.
Il movente ricostruito dal giudice
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip aveva già indicato una ricostruzione particolarmente insolita del movente. Secondo il giudice, l’attentato sarebbe stato commissionato da Lavitola per accrescere la popolarità di Ranucci e accelerare un progetto che avrebbe dovuto favorire un suo possibile ingresso in politica, garantendo allo stesso Lavitola un ruolo nel nuovo scenario immaginato.
Un punto resta centrale nella ricostruzione giudiziaria: allo stato degli atti non è emerso alcun elemento che indichi una partecipazione o una conoscenza preventiva dell’attentato da parte del giornalista. Il gip ha descritto Ranucci come vittima della manipolazione dell’indagato e ha escluso, sulla base degli elementi finora raccolti, che fosse d’accordo con il progetto attribuito a Lavitola.
L’attacco del 16 ottobre aveva colpito all’esterno dell’abitazione del conduttore di Report, danneggiando le vetture della famiglia senza provocare feriti. L’indagine ha successivamente portato all’arresto degli uomini ritenuti coinvolti nell’esecuzione materiale e all’individuazione di Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come il collegamento tra Lavitola e la banda incaricata di piazzare l’ordigno. Tavares si troverebbe in Africa e la Dda di Roma sta valutando la procedura per ottenerne l’estradizione.
Ora l’inchiesta entra in una nuova fase
L’ammissione attribuita a Lavitola dal suo difensore sposta ora l’attenzione sui riscontri investigativi e soprattutto sulle ragioni dell’attentato. Gli inquirenti stanno analizzando telefoni, computer, chat e altri materiali sequestrati per ricostruire i rapporti tra gli indagati e verificare l’intera catena organizzativa. La Procura contesta inoltre l’aggravante del metodo mafioso.
Sul versante della Rai, intanto, resta aperta la valutazione del Comitato etico sulla vicenda e sui rapporti emersi tra Ranucci e Lavitola. Alla data del 12 agosto non risulta ancora comunicata una decisione definitiva sul futuro della conduzione di Report. La relazione del Comitato è destinata a essere sottoposta ai vertici dell’azienda per le valutazioni di competenza.
La confessione riferita dal legale non chiude quindi il caso. Al contrario, apre una fase nella quale l’ammissione dovrà essere inserita nel quadro probatorio già raccolto dalla magistratura e confrontata con le posizioni degli altri indagati, con l’obiettivo di definire movente, responsabilità e modalità di organizzazione dell’attentato.
