L’attacco di Giuseppe Conte alla politica migratoria del governo parte dalla crisi di Ceuta, ma punta direttamente alla strategia europea di Giorgia Meloni. Il presidente del Movimento 5 Stelle, in un’intervista al Fatto Quotidiano, accusa la premier di avere affrontato lo scontro con la Spagna con una logica da leader di partito e non da capo del governo, mettendo a rischio, a suo giudizio, gli interessi dell’Italia nell’Unione europea.
Il precedente su Schengen
Al centro della contestazione c’è la decisione italiana di reintrodurre controlli alle frontiere per i cittadini di Paesi terzi provenienti dalla Spagna, adottata dopo gli arrivi di massa nell’enclave spagnola di Ceuta. Roma ha motivato la misura con ragioni di sicurezza e con il timore di movimenti secondari verso altri Paesi europei. La scelta ha però aperto un duro confronto diplomatico con Madrid, che ha risposto introducendo controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia.
Per Conte, il problema va oltre la crisi di queste settimane. La sua tesi è che l’Italia abbia contribuito a creare un precedente che potrebbe ritorcersi contro un Paese esposto in prima linea alle rotte del Mediterraneo. In una futura emergenza migratoria sulle coste italiane, sostiene l’ex presidente del Consiglio, altri Stati potrebbero richiamarsi alla stessa logica per rafforzare i controlli e ridurre la propria disponibilità alla solidarietà europea.
Sul rischio immediato proveniente da Ceuta, la posizione di Conte trova un elemento di riscontro nelle dichiarazioni arrivate da Madrid e dalla Commissione europea: le autorità spagnole hanno assicurato che i migranti entrati irregolarmente nell’enclave non hanno raggiunto la penisola iberica, mentre Bruxelles ha riferito di non avere registrato spostamenti verso altri Paesi dell’Unione. Resta invece aperta la valutazione politica e di sicurezza che ha portato Roma a mantenere i controlli.
Lo scontro sul nuovo Patto europeo
Il secondo fronte riguarda il Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, entrato pienamente in applicazione il 12 giugno 2026. Conte contesta la narrazione del governo secondo cui la riforma rappresenterebbe un successo italiano e mette l’accento sulle nuove norme che stabiliscono quale Stato debba essere responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale.
Uno dei punti sollevati dall’ex premier è confermato dalle regole europee: per gli ingressi irregolari la responsabilità dello Stato di primo ingresso può durare 20 mesi, rispetto ai precedenti 12. Per le persone sbarcate dopo operazioni di ricerca e soccorso in mare il periodo resta invece di 12 mesi. È su questo meccanismo che Conte concentra la critica, sostenendo che un Paese di frontiera come l’Italia rischia di continuare a sopportare una quota rilevante delle responsabilità.
Il Patto introduce però anche un meccanismo europeo di solidarietà obbligatoria e flessibile, costruito per distribuire tra gli Stati membri parte degli oneri legati alla pressione migratoria. È proprio sull’efficacia concreta di questa solidarietà che si concentra la battaglia politica. Conte chiede strumenti più stringenti e costi maggiori per i governi che scelgono di non partecipare alle redistribuzioni.
La rivendicazione degli anni a Palazzo Chigi
Il presidente del M5S contrappone alla linea attuale l’esperienza dei suoi governi. Ricorda il negoziato avviato nel 2018 in Consiglio europeo, quando l’Italia cercò di affermare il principio della responsabilità comune sugli sbarchi, e l’intesa raggiunta nel 2019 a Malta con Francia, Germania e Finlandia per favorire forme di redistribuzione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo.
È questa, secondo Conte, l’eredità politica che sarebbe stata compromessa dalla contrapposizione con la Spagna: costruire alleanze tra i Paesi europei per evitare che la gestione degli arrivi resti esclusivamente sulle spalle degli Stati di frontiera. La questione è tornata centrale proprio mentre alcuni governi europei discutono con maggiore insistenza di trasferimenti dei richiedenti asilo verso il Paese responsabile secondo le nuove e vecchie regole europee.
Rimpatri, hub esterni e cooperazione con i Paesi d’origine
Conte boccia anche la strategia degli hub esterni sul modello sperimentato dall’Italia in Albania, sostenendo che spostare fuori dai confini nazionali alcune procedure non risolva il problema principale, quello dei rimpatri effettivi. Il tema dei centri in Paesi terzi è ormai entrato stabilmente nel confronto europeo e nel 2026 è proseguito il negoziato su strumenti comuni per rendere più rapide le espulsioni di chi non ha diritto a rimanere nell’Unione.
L’alternativa indicata dal leader del M5S è una maggiore cooperazione con i Paesi d’origine e di transito, accompagnata dal rafforzamento dei corridoi umanitari e delle vie legali. A sostegno di questa impostazione Conte richiama anche Papa Leone XIV, che l’8 giugno, davanti al Parlamento spagnolo, ha affermato la necessità di garantire vie sicure e legali e, contemporaneamente, di promuovere il diritto delle persone a poter restare nella propria terra in condizioni di pace, sicurezza e dignità.
Lo scontro, dunque, non riguarda soltanto la gestione della crisi di Ceuta. Nel confronto tra Conte e Meloni emerge una diversa idea dei rapporti con i partner europei: per il leader del M5S la priorità deve essere rendere più vincolante la solidarietà tra gli Stati; per il governo la risposta passa anche da controlli preventivi, accordi con Paesi terzi e rafforzamento delle politiche di rimpatrio. È su questo terreno che la questione migratoria torna a trasformarsi, ancora una volta, in uno dei principali fronti della politica italiana ed europea.
