«Matteo, non sei più credibile, devi lasciare». La frase attribuita a Daniele Belotti, storico volto della Lega bergamasca ed ex deputato, fotografa meglio di qualsiasi documento il clima che si respira nel Carroccio. Quella che per mesi era rimasta una protesta sotterranea dell’ala nordista è esplosa nel direttivo della Lega lombarda riunito venerdì 7 agosto nella sede di via Bellerio, a Milano. E questa volta nel mirino non c’è soltanto la linea politica: c’è direttamente la leadership di Matteo Salvini.
Secondo le ricostruzioni emerse dopo una riunione durata oltre tre ore, cinque dirigenti hanno chiesto esplicitamente un cambio al vertice. Oltre a Belotti, le critiche più dure sono arrivate dai segretari provinciali Fabrizio Sala, a Bergamo, e Roberta Sisti, a Brescia, e dai sindaci Giovanmaria Flocchini, di Pertica Alta, e Renato Pasinetti, di Travagliato. Il Corriere della Sera conferma che diversi esponenti locali hanno posto apertamente il problema di un partito considerato in forte difficoltà e della necessità di un cambio di passo al vertice.
Fontana apre il fronte lombardo
Il dato politico più pesante, però, arriva da Attilio Fontana. Il presidente della Regione Lombardia, espressione della Lega e figura centrale del fronte settentrionale, non avrebbe chiesto formalmente le dimissioni del segretario, ma avrebbe sollecitato un suo «passo di lato» per allargare la leadership e riportare il partito a una formula di «lotta e di governo». Fontana resta alla guida della Lombardia e il suo peso rende la contestazione molto diversa dalle fronde che Salvini ha affrontato negli anni passati.
Accanto al governatore si muove Massimiliano Romeo, segretario della Lega lombarda e capogruppo del partito al Senato. Dopo il direttivo Romeo ha ribadito che il problema principale è il calo dei consensi e ha chiesto di allargare la squadra, valorizzando maggiormente governatori e amministratori del Nord. La sua linea non coincide necessariamente con una richiesta di sostituzione immediata di Salvini, ma punta a ridimensionare una gestione troppo accentrata e a recuperare l’identità territoriale del movimento.
È il passaggio che trasforma il malessere in un problema strutturale. Il dissenso non arriva più soltanto da ex dirigenti o militanti nostalgici della vecchia Lega Nord, ma coinvolge uomini che oggi occupano posizioni di primo piano nel partito e nelle istituzioni.
Il processo in via Bellerio
Salvini aveva deciso di partecipare personalmente al direttivo lombardo proprio dopo settimane di tensioni. Alla vigilia, l’Ansa aveva registrato un clima sempre più difficile nel Nord e il malessere provocato anche dalla circolazione, in una chat interna, della bozza di statuto di una nuova formazione federalista. Fontana aveva ridimensionato la vicenda, ma nel partito il documento era stato interpretato come un altro segnale di insofferenza verso la linea nazionale.
La riunione non si è trasformata in uno strappo formale. Salvini ha respinto l’idea delle divisioni e ha rilanciato una Lega capace, se necessario, di essere «più dura» anche all’interno del governo. Il vicepremier ha rivendicato soprattutto il lavoro svolto da ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, incarico che ricopre tuttora insieme a quello di vicepresidente del Consiglio, e i risultati ottenuti sul fronte delle opere pubbliche e degli investimenti per il Nord.
Per una parte consistente dei dirigenti lombardi, tuttavia, questo non basta. Il problema sollevato durante il confronto è esattamente l’opposto: gli impegni di governo avrebbero finito per assorbire il segretario, lasciando il partito senza una direzione politica sufficientemente collegiale e senza una presenza continua nei territori.
Circa venti dei 31 interventi al direttivo sarebbero stati critici nei confronti della gestione Salvini. È un dato che non risulta da un verbale pubblico del partito e va quindi attribuito alla ricostruzione giornalistica, ma descrive una riunione molto più tormentata della versione di una semplice discussione interna.
C’è ancora un fronte salviniano
La rivolta non significa che Salvini abbia perso il controllo del partito. Nel direttivo non sono mancate le voci in sua difesa e, soprattutto, non è emerso un candidato capace oggi di raccogliere tutte le diverse anime dell’opposizione interna.
Il segretario può inoltre ricordare ai contestatori che la propria leadership è stata confermata dal congresso federale. È l’argomento utilizzato anche da Roberto Calderoli, mentre nell’area più vicina al leader restano esponenti di peso del partito e del governo. La fronda lombarda appare dunque numericamente importante, ma non si è ancora trasformata in una candidatura alternativa.
È proprio questa assenza a rappresentare, almeno per ora, la principale forza di Salvini. I suoi avversari interni condividono la critica alla gestione del partito, ma non necessariamente la soluzione. C’è chi vuole una leadership collegiale, chi punta a recuperare la vecchia identità autonomista, chi immagina un’associazione del Nord e chi considera indispensabile un vero cambio di segretario.
L’ombra di Zaia e l’associazione del Nord
Sul secondo tempo della crisi incombe anche Luca Zaia. Nelle settimane precedenti al direttivo è tornata a circolare l’ipotesi di un’associazione capace di raccogliere amministratori, governatori e dirigenti settentrionali per riportare al centro autonomia, territori e interessi economici del Nord. Repubblica ha indicato proprio nei governatori uno dei motori di questa operazione.
Per Salvini sarebbe un problema anche senza una scissione. Una struttura organizzata dentro o accanto alla Lega potrebbe trasformarsi in un centro di potere alternativo alla segreteria federale, condizionando candidature e linea politica in vista delle prossime elezioni.
Il conflitto ha radici più profonde dell’ultima riunione. Già nel dicembre 2024, quando Romeo venne eletto alla guida della Lega lombarda, era emersa pubblicamente la richiesta di un «ritorno alle origini». Salvini aveva risposto allora che la trasformazione della Lega in forza nazionale era irreversibile. A distanza di meno di due anni, quella contrapposizione è diventata il cuore della crisi interna.
Pontida diventa il giudizio sul segretario
La data cerchiata in rosso è adesso 20 settembre. La Lega ha confermato ufficialmente il tradizionale raduno di Pontida per quella domenica, alle 10. Il pratone bergamasco, che per decenni è stato la liturgia identitaria del movimento, rischia così di trasformarsi in un referendum politico sulla capacità di Salvini di tenere insieme il partito.
L’appuntamento sarà tanto più delicato perché la contestazione arriva proprio dalla Lombardia, la regione nella quale la Lega è nata e dove Pontida conserva un valore che va ben oltre quello di una normale manifestazione politica.
Salvini dovrà arrivarci con una risposta. Potrà concedere maggiore collegialità, rafforzare il ruolo dei governatori e delle strutture regionali o provare a reagire con una nuova prova di forza. Quello che appare più difficile è ignorare quanto accaduto in via Bellerio.
Il vicepremier rimane segretario e, allo stato attuale, nessuno dei suoi avversari interni ha messo in campo una sfida congressuale organizzata. Ma la soglia è cambiata. Per la prima volta il dissenso lombardo non chiede soltanto di correggere una linea: una sua parte chiede apertamente che Matteo Salvini lasci la guida della Lega. E Pontida, tra poco più di un mese, dirà quanto quella richiesta sia rimasta confinata nella stanza di via Bellerio e quanto invece abbia già raggiunto il popolo del Carroccio.
